Dolore, epidurale e libertà

Clicca per ingrandireDue sono i fattori che io ritengo vadano tutelati prima di tutto: la libertà di ciascuna donna di partorire come desidera e il diritto all’informazione.

Al sacrosanto atto di libertà occorrerebbe far precedere un’adeguata formazione che restituisca alla gravida gli strumenti corretti per capire e scegliere il percorso più adeguato.

Essere informati, studiare, seguire un buon corso di preparazione alla nascita con operatori adeguatamente formati, permetterebbe alle donne di scegliere con consapevolezza.

Non sempre i percorsi che si credono migliori per sé durante la gravidanza sono quelli che poi si confanno effettivamente al nostro essere in fase di travaglio di parto.

Per il primo parto mi ero messa in contatto con l’anestesista 9 mesi prima. Convinta di partorire con l’epidurale, per niente preparata psicologicamente ad un parto naturale, la notte del travaglio mi viene detto che l’anestesista non è disponibile.

Pensavo che sarei rimasta schiacciata da un evento inatteso di portata biblica. Ricordo le lacrime di paura durante quell’ultimo e indimenticabile monitoraggio delle 4 del mattino di quel 29 maggio 2004.

Invece no. Non sono rimasta schiacciata da niente. Credo di essere ben riuscita a gestire il dolore, la sofferenza e ad accompagnare Matteo verso la vita.

Mi sono resa conto, in quel momento, che il dolore aveva davvero un significato: mi spingeva nella direzione obbligata della separazione da lui. Non si può trattenere un figlio, la nascita è un momento ineluttabile. È il paradigma della vita.

E la soddisfazione di avercela fatta che mi ha pervaso poi aveva qualcosa di magico.

Nonostante tutta questa consapevolezza e questa soddisfazione, quando è stata ora di partorire di nuovo cosa ho scelto?

L’epidurale, naturalmente!

Davanti alla paura non esiste coerenza.

Ma anche stavolta qualcosa è successo, qualcosa di difforme dal percorso che normalmente segue un’analgesia epidurale.

L’anestesista mi ha inserito il catetere nella schiena, ha iniettato lidocaina e morfina…e non è successo assolutamente NULLA.

Erano le 16.15, le contrazioni sempre più forti, la ginecologa mi chiedeva più volte se non cominciassi a sentire meno il dolore ma il dolore cresceva e alle 17.30 nasce Niccolò.

L’epidurale non ha fatto effetto alcuno, anzi ha costretto poi la ginecologa a farmi un po’ di ossitocina per aiutare il secondamento (distacco della placenta), bloccando così la sua produzione naturale proprio nel momento del suo picco.

Ben mi sta.

Sapevo che sarei stata in grado di accompagnare anche questo secondo figlio senza farmi sopraffare dal dolore ma non ho avuto fiducia in me stessa.

Sono però stata contenta di aver potuto scegliere.

Il non poter scegliere un’epidurale trasforma il parto in analgesia un’oasi irraggiungibile e conduce ad un senso di impotenza ed ingiustizia che pone la gravida davanti al travaglio come un condannato che attraversa il miglio verde.

Nessuno dovrebbe imporre niente, soprattutto in un momento così unicamente violento e sacro.

Ora, dopo due parti, so che sono capace di spostare il dolore per far spazio al distacco,

so che sono capace di gestire la paura e di ammantarla di pienezza. Ora so che, se mai ne partorirò un terzo, sarò in grado di contenere le emozioni più violente.

Ora so che yes, we can, so che gli anestetici fisiologici (adrenalina, ossitocina, endorfine) aiutano a tollerare il dolore e conducono la donna ad uno stato alterato di coscienza che aiuta il superamento della sofferenza. Ora so che questo stato alterato è dovuto al “riposo” della neocorteccia, che durante il travaglio deve essere lasciata in pace (parlando poco, favorendo una situazione tranquilla e intima) per far in modo che non si attivi, permettendo alla donna di restare nel suo “cervello ancestrale” legato all’istintualità.

Ora so tutto: esperienza pratica, letture, studi, approfondimenti.

Ma c’è un ma.

Ma non so se all’inizio di questo eventuale travaglio che condurrà il mio terzo bambino dal “mare” alla terra, io saprò avere fiducia in me stessa. So che vorrò sentirmi di nuovo libera. Quindi è probabile che si, anche per la terza volta, ostinatamente, io decida per l’epidurale.

E qualcosa andrà storto di nuovo. Perché così dovrà andare.

Ma mi sarò sentita senza briglie: nel momento più importante della mia vita io avrò sentito di poter scegliere.

Nel momento in cui più niente può essere ammanettato dalla volontà: il bambino deve uscire, il tuo corpo sta subendo una attacco viscerale pari a una scala Richter 15, la tua femminilità deve essere tagliata per poi essere cucita…io avrò avuto l’unica libertà concessa in quel momento: scegliere come accompagnare mio figlio verso la vita.

Informiamo ed informiamoci sulla possibilità oggettiva di imparare gestire il dolore e di partorire senza uso di farmaci, ma pretendiamo anche la possibilità di scegliere.

Il non poter scegliere amplifica il desiderio. Su una base di libertà si ragiona meglio e, soprattutto, ci si abbandona e ci si affida con meno resistenza.

Una cosa è certa: il dolore del parto è l’unico evento fisiologico doloroso compensatorio della vita. Pur essendo doloroso e traumatico, per certi versi, porta con sé la nostalgia di ripeterlo e di dare alla luce altri figli.

Le donne sono magiche, uniche, sacre.

Sono capaci: di dare la vita, di “morire” per rinascere.

Sono piene: di vita, di amore, di passione.

Le donne sanno vivere, perché sanno cos’è la vita.




Durante il passaggio dal vecchio blog a questo sono andati persi i commenti a questo post, che riporto qui sotto.

COMMENTI

wwm

Sì hai ragione. Anche per me, nonostante avessi fatto tutte le visite e avessi richiesto l’epidurale, non ho fatto in tempo. Non si poteva.
E sì è importante essere liberi di poter scegliere. E ancora una volta sì il dolore è qualcosa di pazzescamente sopportabile. Ha un fine. E come scrivi tu benissimo “porta con sè la nostalgia di ripeterlo e di dare alla luce altri figli.”

La paura c’è, Silvia. Se ci penso ora…ho paura. E vedremo.

martedì, 02 dicembre 2008 08:41

Luca

che bella questa tua esperienza, la faro’ leggere a mia moglie. Lei ha partorito 2 volte con un cesareo (non voluto) e per lei e’ stato un trauma (per dire poco…).

Grazie, questo tuo scritto ci sara’ di grande aiuto.

Ciao
Luca

martedì, 02 dicembre 2008 09:25
Continua a leggere..

Ermeneutica del dolore

Avete mai avuto un ascesso?

Io sono sotto assedio da 3 giorni. Beh, prefereirei essere preda di contrazioni. Non c’è raffronto come tipologia di dolore.

Il dolore del travaglio è finalizzato.
Ha uno scopo che è il più nobile del mondo.
È uno strumento.
Èintermittente.
È un accompagnamento recioproco verso una nuova vita.
È un dolore per cui siamo strutturate, è un dolore previsto dalla natura, tanto che tra una contrazione e l’altra l’organismo produce endorfine ed encefaline, sostanze che inibiscono il dolore e permettono di sopportarlo con più forza.
Èl’unico dolore “buono“, non patologico ma fisiologico.

Tu soffri, tuo figlio soffre. Tu spingi, lui anche, tu ti sforzi di respirare in modo corretto aiutando così gli scambi gassosi tra la placenta e feto che in questo momento hanno scarse riserve fisiologiche e a lui manca un po’ di ossigeno.
È una join venture meravigliosa (beh, ovvio, lo sarebbe un po’ di più con l’epidurale).

Il mal di denti non è niente di tutto questo.
È un dolore senza scopo, finalizzato al nulla e dalla durata imprevedibile.
Èun dolore sordo. Ingestibile.
È continuo.

Io ho partorito due figli (Matteo-Niccolò) senza fiatare, senza un grido, un mugugno, una sillaba.
Con l’ascesso ho pianto, a zampillo come i bimbi dei cartoni animati.

Come partorire

Io ho partorito nella maniera più classica e dicono meno consona nonché più faticosa, supina sul letto nella tipica posizione che i medici chiamano “litotomica“.

Avrei però potuto scegliere qualsiasi posizione e attrezzo, essendo il mio ospedale predisposto per quasi ogni tipo di parto.

Fino a qualche tempo fa la posizione supina era l’unica praticabile, ora, per fortuna, ciascuna donna può scegliere la posizione che le è più agevole e l’attrezzo che lei pensa le possa essere di maggiore aiuto: materassone, palla, liana, cuscini, spalliera, anelli.

Pare che il voler partorire in posizione orizzontale sul letto fosse una moda delle classi aristocratiche del tardo medioevo, che non volevano più partorire in piedi, come la plebe. Nessuna analisi scientifica dunque a fondamento del parto in questa posizione, come invece si sarebbe portati a pensare.

In questi ultimi anni si tende sempre più a una umanizzazione del parto, vale a dire ad un ascolto attento del ritmo dettato dalla natura al fine di ridurre l’intervento medico. Uno studio condotto dall’Istituto Superiore di Sanità in 23 ospedali italiani e pubblicato sulla rivista Birth, conferma che 9 italiane su 10 che hanno partorito spontaneamente esprimono la loro preferenza verso il parto per via naturale e che 7 donne su 10 che hanno subito il cesareo avrebbero comunque preferito partorire naturalmente.

Vediamo insieme come e dove si può partorire oggi in gran parte degli ospedali (purtroppo non ancora in tutti) perchè conoscere le varie opzioni permette anche di scegliere in modo più consapevole.

Letto normale
Le stanze per il travaglio sono attrezzate in modo che la donna possa partorire stando sul letto sul quale è stata eventualmente sdraiata durante le doglie. Questo evita il passaggio in sala parto, alla quale si ricorre in caso di cesareo.

Poltrona
Una comoda poltrona, circondata da cuscini  e molto ampia, in modo da agevolare qualsiasi tipo di movimento.
Spesso, ove presenti queste poltrone, dall’alto scende una liana di stoffa a cui potersi aggrappare (vedi dopo).

In acqua
In una vasca con acqua a circa 37°, l’ostetrica assisterà il travaglio che, vissuto in questo modo pare sia meno doloroso. Le condizioni del feto vengono monitorate mediante un cardiotocografo subacqueo.
Uno studio britannico ha mostrato come l’utilizzo della vasca nella prima parte del travaglio riduca il ricorso all’epidurale. Questo tipo di parto è controindicato alle ipertese, alle cardiopatiche e in caso di parto prematuro.
Non sempre però si partorisce nell’acqua: in alcuni ospedali, tra i quali quello della mia cittò, si ritiene che sia bene che la donna trascorra il travaglio in acqua, ma esca per partorire perché lo sbalzo tra la ridotta forza di gravità subacquea e quella esterna aiuta il bambino a uscire più rapidamente.
Per saperne di più visita questo sito.

Sedia olandese
È una sorta di sgabello imbottito che aiuta la donna a partorire nel modo più naturale, accovacciata come se dovesse fare pipì e aiutata dalla forza di gravità che, assieme al peso del bambino, aiuta la dilatazione del collo dell’utero.



In sospensione
Si può abbracciare il collo del povero marito, oppure, forse meglio, appendersi a corde o anelli in modo da avere le gambe libere dal peso del corpo. Occorre però avere braccia muscolarmente allenate ed è una posizione inadatta per l’intero travaglio.

Carponi
Pare che in questa posizione a quattro zampe il dolore venga un pochino attenuato. È suggerita in caso di feto podalico e indicata per le donne obese: stando carponi è possibile alleggerire la pressione sul bacino, scaricandola sulle mani e sugli avambracci. È controindicata invece per le ipertese.

Cantando
Inventato dall’ostetrica e musicologa Elisa Benassi, induce la produzione di endorfine, suggerisce una migliore postura del corpo, aiuta la respirazione diaframmatica e mantiene vigile la concentrazione.

Agopuntura
Normalmente questa tecnica non è disponibile in strutture pubbliche, essendo fondamentale l’intervento di uno specialista. L’agopuntura mira a ottenere la preparazione del collo dell’utero per il travaglio al fine di ridurre la durata del periodo prodromico e del periodo dilatante. Le sedute si svolgono solitamente dalla 40° settimana compiuta.

Ipnosi
Mediante la tecnica ipnotica non si annulla il dolore ma la sofferenza; la sensazione dolorosa, pur essendo presente, non arriva alla coscienza della donna.
L’ipnosi però non è in grado di assicurare l’assenza del dolore, ma rende possibile un travaglio più rapido (quindi indirettamente meno doloroso) unitamente all’effettiva possibilità di percepire lo stimolo doloroso in modo diverso, più accettabile.
Uno studio australiano* annovera tra i vantaggi dell’ipnosi un accresciuto tasso di parti naturali e una diminuzione del ricorso all’ossitocina.


* Smith CA, Collins C, Crowther CA. Complementary and alternative therapies for pain management in labour. (Cochrane Review). In the Cochrane Library, Issue 2, 2003, Oxford

La nascita di Niccolò – 26 giugno 2006




Comincio da qui, da un’induzione annunciata.
Lunedì mattina, portiamo Matteo al nido e andiamo in ospedale a cuor leggero,
decisi a rimandare l’induzione, dal momento che il torace mi fa un po’ meno male.

Tracciato, visita e verdetto:
“Ci vediamo alle 12.30″ .
“Anche se non mi fa più male?” .
“Direi di si”.

Sono le 10.30 e passo le 2 ore più angoscianti della mia vita. Ho la sensazione di andare a stuzzicare qualcosa che in realtà ha ancora bisogno di essere lasciata stare. Ma mi fido della mia dottoressa.
Se ha deciso così, così sarà.

Alle 12.30 rientriamo e mi accompagnano subito in stanza.
“Mettiti la camicia e vieni in sala travaglio che è tutto pronto” .
Io tremo.
Mi cambio e quando esco dal bagno entra l’ostetrica del corso preparto di 2 anni fa.
Una persona tecnicamente preparata ma brusca, burbera e soprattutto logorroica.
Speriamo stia smontando.
“Ciao, Silvia! Hai partorito?”.
“No, veramente mi devono indurre” .
“Ah, hai una pancina tutta da fighina che pensavo avessi già sfornato!”.

Non sta smontando e sicuramente, data l’esperienza, me l’appioppano.

Davanti alla porta delle sale parto sento urla assurde.
Come l’altra volta, mi terrorizzano.
Mi spaventa la violenza incontenibile a tal punto.
Forse perchè io sono diversa o forse perché anche io vorrei urlare.

Sono le 13.15.
Entro nel corridoio delle sale travaglio e la gine mi accompagna in stanza.
Mi fa sdraiare e mi applica sul collo dell’utero il Propess, la fettuccia di prostaglandine.
“Ecco, ora lentamente comincerai a sentire un po’ di contrazioni. Io vado di là, per qualsiasi cosa fammi uno squillo”.
Vorrei essere sola con Simone e invece la chiacchierona non ci lascia.
Mi attaccano al monitor. Dopo un’oretta comincio a sentire qualcosa.
Arriva mia madre.
La faccio stare, mi dico, tanto c’è tempo.
Chiacchieriamo un po’, tra un via vai continuo di gente che entra ed esce.
Mio padre è talmente agitato che lo mettono a lavorare. Come per la nascita di Matteo.

Nel frattempo rifletto sul fatto che avevo 4 cm prima della stimolazione e che ora sono abbastanza dolorose per cui forse è ora di chiamare l’anestesista. Lo faccio presente.
Vorrei fare il travaglio in piedi come con Matteo ma non riesco. Non riesco a camminare.
Ho i reni dolenti e in mezzo alle gambe sento un peso esagerato.
L’ostetrica mi mette sul pallone e mi fa saltellare, effettivamente sto un po’ meglio.
Le contrazioni si intensificano. Chiamo l’ostetrica e dico di attaccarmi di nuovo al monitor, per vedere la regolarità. Mi risponde: “Se vuoi ti attacco, ma io il mio lavoro lo so fare sai?”.
Sono basita.

Sento la dottoressa nel corridoio. Sta telefonando all’anestesista.
Mi abbandono al dolore, sapendo che da lì a poco finirà.
Vorrei che mi visitassero per sapere a che punto siamo.

Sono le 16.
Entra l’anestesista. Ora le contrazioni sono fortissime e, differentemente dal parto di Matteo, sono ogni 10 secondi. Praticamente continue. Mi sento rotta in due parti.
L’anestesista mi fa spogliare. Mi sgancia il reggiseno con una battuta che riesce a farmi ridere:
“Se la memoria non mi inganna, si dovrebbe fare così…”.
Tutti ridono, in quel momento alzo un attimo lo sguardo (ero seduta sul letto con le gambe incrociate e la schiena curva) e mi accorgo che ci sono tante, troppe, persone.

Mi fora la schiena:
“Brava, non sembri nemmeno la figlia di un medico”.
“La Silvia è una tosta” ribatte la dottoressa.
“Mica tanto, visto che si fa fare l’epidurale” incalza l’ostetrica.
Penso che Simone, che mi conosce, stia temendo una reazione.
Non rispondo solo perché una contrazione mi toglie il fiato.
Dopo l’applicazione del catetere alla schiena mi mette una dose test minima e se ne va.
Ma io non voglio la dose test, sto morendo!

“Ora ti visito” dice l’ostetrica. “Collo scomparso, pervio ampiamente a due dita. C’è tempo”.
“Benissimo, situazione come stamattina, dopo tanto dolore” penso.
La gine mi sussurra:
“Adesso ti visito io. La conosco, sta sempre indietro con i tempi e poi non conosce te”.

Nel frattempo entra l’anestesista e mi inietta lidocaina e morfina.
“Ecco, tra 20 minuti scomparirà il dolore e sentirai solo la sensazione di spingere quando è ora”.
Deo gratias.

Mi rivisita la ginecologa, sento che spinge un po’ e all’improvviso un liquido caldo (quanto!) scende violentemente tra le gambe.
Alzo la testa e, nonostante le lenzuola siano verdi, mi pare tinto. Vedo mia madre che prende un fazzoletto bianco e lo appoggia sopra per vedere il colore.
“È tinto vero?”.
“No, assolutamente, è sporco di sangue, ma è normalissimo” rispondono in tre.
Ma io lo so che è tinto. Non mi agito, mi affido.

Sono le 17.00.
La dottoressa si siede ai piedi del letto e non si muoverà più.
Seria, ogni tanto mi sorride. Guarda il monitor e a ogni contrazione mi chiede:
“Sta facendo effetto l’anestesia? L’hai sentita un po’ meno?”.
“No niente, tutto come prima”.
Fatico anche a parlare ora. Affronto il dolore in silenzio, mi concentro sulla respirazione.
“Ci vuole un po’, almeno siamo sicuri che non ti ha bloccato le contrazioni!” dice scherzando.

Simone è lì, un po’ arretrato rispetto all’altra volta, perché mia madre è ancora dentro e si è piazzata davanti. Vorrei dirglielo. Poi penso che potrebbe essere la prima e l’ultima volta per lei e la lascio dov’è.

Simone esce, va a prendere la digitale.

Patrizia (ndr la ginecologa) è sempre lì. Sguardo vigile sul battito. Mi sorride silenziosa.
E a ogni suo sorriso mi viene da piangere.
“Non mi muovo perché io ti conosco”.

Credo anche che non mi voglia lasciare con quelle che Freud chiamerebbe presenze “perturbanti” (più tardi mi diranno che si è messa di turno continuato per 24 ore per non lasciarmi sola).
Nel frattempo sento un peso pazzesco là sotto.
Ma penso che sia solo una sensazione perché mezz’ora prima avevo 3 cm.
“Hai voglia di spingere?”.
“No” nego a me stessa.
Tempo due minuti, faccio appena in tempo a spostare il bacino e una spinta incontenibile mi strappa alla mia reticenza.
“Chiamate l’ostetrica!” urla la dottoressa.

Devono preparare tutto! Arrivano in 4, smontano la parte finale del letto, montano le staffe.
Io non ce la faccio, devo spingere. Sento Simone che dice: “Ma si vede la testa!?”.
Non ci credo! Di già? Questa sua esclamazione mi dà un forza pazzesca.

Finalmente il letto è pronto. Che bello avere il desiderio di spingere!! Con Matteo era stata una forzatura.
“Alla prossima contrazione, spingi, ma piano” dice l’ostetrica “e respira bene”. In questa fase espulsiva l’ostetrica è brava, guida con sapienza e senza diventare ansiogena. Ecco, la sento arrivare, aspetto il picco e, sempre silenziosamente, spingo.
Sento le mani dell’ostetrica, ricordo quelle pesanti dell’altro parto. Non le voglio.
“Mi fai male” le dico sommessamente
“Non ti faccio male, ecco, è uscita la testa!”.
Già mi sento bene perché so che tra poco sarà tutto finito.

Aspetto un’altra contrazione e in un attimo, in un sublime attimo, il corpo sguscia fuori.
È viola.

Mi accarezzano.
“È bellissimo” mi dice la dottoressa.
“È sano?”.
“Avevi dubbi?” risponde sorridendo. Mi bacia.

Tempo 10 secondi e lo sento piangere. Che meraviglia quel grido alla vita!

Non me lo appoggiano subito come fecero con Matteo. Vedo che armeggiano e penso: ma non possono pulirlo dopo?
Saprò più tardi che aveva un giro di cordone e lo stavano liberando.
A Simone taglia il cordone ombelicale.
Lo guardo. Ha pianto.

Finalmente me lo appoggiano e, come allora, si calma e il pianto disperato diviene mugugno sommesso, poi pigolio, poi pace.

Mi scende una lacrima, una sola, ma violenta come la vita.

Me lo prendono per lavarlo. Si scommette sul peso.
Chi dice 3.100, chi “esagera” e dice 3.450.
“Sbagliato” dice la puericultrice “pesa 3.560!”.
Silenzio. Mi guardano, ci guardiamo. Increduli.

Come fu per Matteo, Simone esce dall’isola neonatale e mi porge Niccolò.
Lo guardo. Non mi pare bello, ma dissi lo stesso anche quando vidi Matteo.

Entra mio padre. Mi accarezza, visibilmente orgoglioso.

Vorrei rimanere sola ora, con Simone e il nuovo arrivato.
Ma c’è confusione.
Comincia a entrare tutta l’equipe di turno per i complimenti.
Qualcuno mi dice che in anni di lavoro non ha mai visto una lucidità simile,
qualcun altro fa altri commenti.

Patrizia mi dà un altro bacio e se ne va.
Io non posso non stoccare l’ostetrica:
“Vedi? Sono tosta anche senza epidurale”.
“Adesso te lo posso proprio dire. È vero. Proprio brava”.
(Tiè!)

Da qui tutto sfuma. La lucidità non c’è più.
Ci sono le emozioni violente, graffianti, pure, uniche.
Come la vita al suo primo e ultimo atto definitivo,
come il viaggio che termina (e già sento una straziante malinconia),
ma che, al contempo, ha inizio.

Benvenuto piccolo. Benvenuto Niccolò.

La nascita di Matteo – 29 maggio 2004

Venerdì 28 maggio, a cinque giorni dalla mia data presunta del parto, rientro da una giornata trascorsa all’Ikea con Simone e mia madre (mi porto dietro l’ostetrica…non si sa mai – dico – a 70 km da casa!). Per tutta la mattina ho avuto dolori simil-mestruali, ma non ne ho fatto parola, per non allarmare nessuno. Prima di andarsene da casa nostra mia madre mi guarda in viso e sorride. La sera, un’ansia insolita mi spinge a infilare le ultime cose nella valigia, che giace incompiuta sul comò da quasi due mesi.Mi infilo a letto verso le 23, dopo un’ora, un dolore fortissimo mi squarcia il sonno.
Vado in bagno e scovo l’ormai famoso tappo.

Torno in camera e guardo Simone che dorme: mi viene da piangere, presto saremo in 3, una parte di vita si conclude e ne inizia un’altra.

Faccio una doccia: la ricorderò tutta la vita quella doccia nel silenzio delle 2 del mattino, io, la mia pancia, Matteo in arrivo e i miei pensieri.

Sveglio Simone, gli sfioro una mano e gli dico sorridendo: “mi sa che ci siamo”.

Controllo le contrazioni: regolari, ogni 7 minuti.

Chiamo mio padre (ndr ginecologo) perché so che l’epidurale si fa a 4-5 cm di dilatazione e io ne avevo 2 già da 2 mesi: “papà ci siamo, chiama l’anestesista”.

Carichiamo la macchina e andiamo in ospedale.
Sono le 3 del mattino, il parcheggio dell’ospedale è deserto, suono il campanello, mi aprono e saliamo.

Mi mettono sotto tracciato, mi visitano e mi trattengono. Nel frattempo una donna sta partorendo e le urla mi fanno accapponare la pelle. Nemmeno a farlo apposta, proprio in quel momento entra mio padre e con una faccia che non scorderò mai mi dice che l’anestesista non c’è, è a un convegno in Croazia. Non ero psicologicamente pronta a un parto naturale, convinta da 9 mesi di partorire con l’epidurale, la donna che urla, le contrazioni che si fanno più dolorose, mi viene da piangere.

Non mi mettono in sala travaglio perché le urla della donna avrebbero finito per traumatizzarmi troppo e allora mi piazzano in una camera con quattro persone (un solo bagno per otto donne) e mi attaccano al ctg per un’ora. Quando finalmente me lo staccano sono le 5. L’ospedale si sta svegliando. Guardo le mamme con i loro piccolini : “io non ce la farò mai”.

Chiedo un clistere, me lo faccio chiusa in bagno: mai idea fu più infelice! Nel frattempo un’infermiera decide che deve assolutamente entrare nel bagno, le apro e mi passa davanti con una pala piena di sangue di non so chi…decido che devo andarmene da lì e mi accampo in corridoio, non avendo a disposizione una sala travaglio.

Esco e mi visitano: 3 cm ma il collo è morbidissimo. Sono le 7.30.

Da adesso in avanti le contrazioni diventano dolorosissime. Per fortuna le ho ogni 5 minuti. Passeggio per il corridoio, non riesco a parlare con nessuno, non vedo niente. A ogni contrazione mi appoggio al muro, mi si appanna la vista, tremo come una foglia, il cuore batte in modo strano… “Sto per morire” mi dico “il cuore non reggerà”.

Com’è possibile? Come faccio? Sono passate solo 2 ore dalla visita, sarò a 4 cm, non ce la farò mai ad arrivare a 10. I dolori sono troppo forti.

Decido che non posso più stare in corsia a passeggiare, chiamo Simone e mi dirigo verso la sala parto, apro la porta e la mia adorata ginecologa (chiamasi fortuna sfacciata quella di beccarla di turno) con un indimenticabile sorriso aperto mi prende in giro: “Che sfiga, l’anestesista doveva andarsene proprio in questi giorni, eh? Senti, ti dico una cosa: con il collo che hai farai un travaglio velocissimo. Quanti cm hai?”. Rispondo a denti stretti: “2 ore fa ero a 3″. Lei mi guarda e dice: “No, sei più avanti, ti visito e poi ti metto sotto la doccia calda”.

Mi sdraio, mi visita ed esclama: “Cosa ti avevo detto? Sei completa!! Preparate la sala parto!!!”.

7 cm in 2 ore nemmeno… ecco perché i dolori erano così strazianti!

Entro in sala parto, mi sdraio sul letto, mi collegano al ctg, mi rompono le acque e mi dicono di spingere quando ne sento il bisogno… ecco… differentemente da tutte le donne che mi hanno raccontato il loro parto io non sento per niente il bisogno di spingere. Anzi, per me spingere è una fatica immane, mi gira la testa e non ne ho voglia, ho paura.

Simone mi sta accanto, mi tiene la mano e mi incoraggia.

“Spingi, spingi… sparalo in faccia all’ostetrica!” mi dice non so chi. Io ho il vomito e non mi sembra di avere la forza per spingere, poi finalmente capisco come bisogna fare e allora raccolgo tutte le energie che mi sono rimaste (sono 30 ore che non dormo e 24 che non mangio e non bevo) e spingo con tutta me stessa.
Tra una contrazione e l’altra la ginecologa cerca di farmi ridere e, non so come, ma ci riesce.

Nel frattempo…vedo la porta che si apre e la testa di mio padre sbucare! Conoscendolo, mai mi sarei immaginata di vederlo entrare (se ho un piede nudo lui si gira dall’altra parte!). Gli faccio un urlo (l’unico urlo che ho fatto) e lui richiude la porta alla velocità della luce.

Altra contrazione, altra spinta, la sento, la testa è proprio lì. Un bruciore allucinante… mi sto lacerando…”Dai, ci siamo, devi dare 3 spinte per ogni contrazione. La prossima danne 3!”. Io riesco a darne solo due, la terza sono morta.

La sento, la testa del mio piccolo è proprio lì, devo farcela. Ecco un’altra contrazione, spingo a più non posso e improvvisamente la testolina piena di capelli si affaccia tra le mie gambe! Non mi sembra vero!

“Ora non ho più forza per fare uscire il corpo” dico, e l’ostetrica: “Non importa, lui non soffre, riposati e spingi”.

Così faccio e il corpo scivola via in un attimo. Piange!!!

“È sano?” chiedo. “Non solo è sano ma è bellissimo” mi risponde la ginecologa.

Ecco, è sano…ora non mi interessa più di niente. Sono le 10.50 del 29 maggio 2004.

Lo sollevano, mi alzano la maglia (non avevo fatto in tempo a mettermi la camicia da notte!) e me lo appoggiano sulla pancia, con il cordone ancora attaccato. Lui smette di piangere.

È caldo, stropicciato ed è mio figlio.

Me lo porto su, vicino al viso, lui apre gli occhietti e pare mi guardi.

Sono la donna più felice del mondo, mi sembra ancora impossibile: l’ho fatto io, è mio figlio, sono mamma. Non sento Simone, mi giro e gli dico: “Non dici niente?” e lui, con quel poco di voce che gli è rimasta: “Ora non riesco a parlare”. L’ostetrica chiede a Simone di tagliare il cordone, poi lo portano nell’isola neonatale, lo lavano e lo pesano. 2800 gr di tenerezza.

Poco dopo Simone esce con il nostro scricciolino in braccio e me lo porge. Non dimenticherò mai un solo secondo di tutto questo.

Lo prendo in braccio, me lo stringo al cuore e lo attacco al seno. Lui succhia beato e poi si addormenta su di me.

È caldo, è vivo, non è più dentro di me… una nuova avventura comincia.

Siamo una famiglia ora, la famiglia più felice del mondo.
Passo la notte abbracciata a lui, lo guardo, piango, rido, prego, per lui e per noi.

È l’alba di un nuovo giorno, di una nuova vita e di una nuova epoca.

Mentre scrivo piango, non riesco a frenarmi.
Sono passati 20 giorni ma è come se fosse successo tutto 2 ore fa.

La vita è un miracolo e poterla donare è un miracolo ancor più grande.


Con il trasferimento dal vecchio blog a questo sono andati persi alcuni commenti a questo post che copio qui sotto perchè per me i commenti sono sempre preziosi.

COMMENTI

Sabrina
Mi hai fatto piangere e rivivere il mio primo parto, avvenuto nove anni e mezzo, come se fosse successo poche ore fa! Grazie! Sono emozioni fantastiche che talvolta la quotidianità te le fa accantonare in un angolino…ed è un vero peccato! Ho provato questo turbinio meraviglioso per ben tre volte (ho tre figli), ma ogni volta è una magia a sè.
lunedì, 29 settembre 2008 13:43

Silvia
Ciao Sabrina. Grazie e benvenuta! Ti fermi a tre o ne sogni altri?
mercoledì, 17 dicembre 2008 20:08

Antonella
Mi hai commosso …. sai, una decina di giorni fa mi sono sottoposta alla mia terza inseminazione in vitro, sono in cova di due embrioncini e sabato dovrò fare il test di gravidanza …. vorrei tanto vivere un giorono queste emozioni anche se so che per me forse non sarà mai possibile!
mercoledì, 17 dicembre 2008 21:24

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