Poi arriva un giorno

Poi arriva un giorno in cui ti ritrovi all’Ikea, nel reparto Ikea dei Piccoli, tra lettini, alci a dondolo, sedie girevoli a forma di uovo e ti rendi conto che te ne puoi anche andare perché non ti serve più nulla.
Ti accorgi che i tuoi figli sono già troppo grandi per indugiare ancora tra quegli angoli colorati.
Non ti serve più l’interfono, non ti serve più lo gabellino per il bagno, i giochi sono eccessivamente semplici, le seggioline sono quasi troppo piccole.

Ora serve una scrivania, serve una cartella, un astuccio con i colori che profumano di nuovo.
Serve tanta pazienza.
Serve imparare ad allacciarsi le scarpe.
Serve un po’ di coraggio. A te e a lui. Per quest’avventura tutta da iniziare.

Serve anche un po’ di sangue freddo, davanti a questi anni che stanno volando e davanti a quelli che sono volati.
E allora cerchi di ricordarti com’erano da neonati e non ci riesci. Guardi le foto, le millemila foto che hai nel pc, le guardi un po’ a malincuore perché a te le foto piace averle ma non guardarle e ti si chiude un po’ la gola. Li rivedi in sala parto, nella culla, davanti alla prima pappa, poi i primi passi, i compleanni, le gite, il primo giorno di nido, poi la materna, Babbo Natale e la bicicletta senza rotelline.

Ripercorri l’infanzia un po’ accelerata a cui hai costretto il primogenito perché l’altro piccolino incalzava con le sue esigenze e le sue manine paffute. E sfoggi con sicurezza apparentemente navigata un po’ di capacità di auto-assoluzione davanti alla consapevolezza che anche il grande aveva ancora manine paffute quando il piccolo incalzava.

Mentre tu rifletti su questo tempo che non lascia respiro loro sono al mare con i nonni.
E succede che tu te li vai a prendere, progetti una partenza intelligentemente notturna, memore dei drammi che comportano i viaggi lunghi con due bambini piccoli.
E invece ti ritrovi a fare un viaggio come tra quattro adulti. Un viaggio in cui loro stanno seduti cinque ore, in cui stanno in coda, senza mai lamentarsi.
E tu ritorni con la testa agli oggetti dell’Ikea dei Piccoli e davvero capisci che no, non era un’esagerazione: quegli oggetti non ti servono più perchè loro sono piccoli ancora ma sono già grandi.

Poi senti un’amica che ti dice: “vero che adesso che sono cresciuti e che si comincia a riassaporare un po’ di libertà al terzo non ci pensi più?”
È vero che usciti dal tunnel dei tre anni è tutta discesa quanto a fatica fisica, a nottatacce, a malattie e quant’altro.
È vero che ora, agitazione di Niccolò a parte, con loro si può andare ovunque.
È vero che questa sensazione di libertà, perduta nel 2004, mi piace.
È vero che dopo Niccolò ho ancora un trauma da elaborare perché quando sento un neonato piangere mi si accappona la pelle. È vero, dunque, che non sono pronta.

Ma no, non è vero che al terzo non ci pensi più. Non so perché, ma a me, non passa.

4 anni e sentirli tutti

Il bambino dell’attesa, 4 anni fa, durante Italia-Australia, urlante, grosso, pelato, atterrava poco timidamente e poco spontaneamente a suon di Propess, accanto ad un fratellino di 25 mesi, arrabiatissimo.
Non è stato un bell’inizio, quasi un anno di urla ininterrotte giorno e notte, reflusso, coliche, rabbia funesta di Matteo, raffica ininterrotta di “ma chi me l’ha fatto fare” “ma chi ce l’ha fatto fare” e “ma chi ve l’ha fatto fare”. Un mantra.
Eppure lui, Niccolò, faticoso, agitato, dall’intelligenza rapidissima, ansiogeno, amlpificato, ingestibile, instancabile, eppure lui, è il bambino che ha saputo, in quei mesi e in questi anni tirare fuori il meglio di me.
Ha educato la mia pazienza, il mio fatalismo, la mia capacità di sdrammatizzare, ha addolcito le mie rigidità educative, ha piegato paletti, ha incasellato l’impazienza ed esiliato le convinzioni.
Si perché quando ti nasce un bimbo tranquillo, che mangia, dorme, sorride, ubbidisce, ascolta, un po’, anche se non lo ammetti, un pochino qualche merito personale te lo attribuisci.
Poi ne arriva un altro, educato e amato parallelamente, ma di indole opposta, arriva e ti stravolge le autoattribuzioni di merito e capacità.
E in questa fatica del ritarare te stessa tu, madre, cresci e impari.
Impari che morbidezza non significa lassismo, impari che ogni bambino ha il suo modo di comunicare affetto e bisogni, che non è lui a doversi adattare ai tuoi codici e alle tue categorie ma sei tu che devi ascoltare e decodificare il linguaggio tra i 100* che lui ha scelto per farsi amare.
E ti scopri poliglotta, capace di interpretare linguaggi che mai avresti pensato, ti scopri, semplicemenete, più ricca.

Buon compleanno, Niccolò.


* Loris Malaguzzi, invece il cento c’è

Il bambino dell’attesa

Ci sono bambini non ansiogeni, bambini per cui (quasi) tutto fila sempre liscio, bambini come Matteo.
E poi ci sono bambini che, ancora raccolti nel loro bozzolo prenatale, seguono percorsi decisamente differenti, bambini come Niccolò.

Niccolò è il bambino dell’attesa.

Quando era in pancia, lungo 5,5 cm, ha avuto un brutto test combinato che ci ha portati dritti-dritti in bocca all’amniocentesi.
19 lunghi giorni di attesa dell’esito.
Poi è nato e non cresceva di peso. Emocromo, infezioni.
Attesa dell’esito.
A un mese di vita, il richiamo dal nido dell’ospedale: “c’è un valore sballato nello screening per le malattie metaboliche. Dovete ripetere l’esame”.
Attesa infinita e devastante dell’esito, mentre lui continuava a perdere peso e, a causa del reflusso,  si era trasformato nel sosia neonato di Mons. Tonini.
A due anni: pancione enorme, evacuazioni continue, colorito terreo: prelievo per la celiachia.
Attesa.
Quest’inverno test audiometrico (9 otiti perforate in un anno).
Attesa.
Qualche settimana fa: sudori notturni esagerati, astenia, febbricola, qualche piccolo linfonodo mobile nel collo. Emocromo alla caccia dei globuli bianchi (leucemia :cool: ).
Attesa.
Stamattina analisi per la ricerca di glucosio nelle urine (altrimenti detto diabete :o: ).
Attesa.
La prossima settimana glicemia e tiroide.
Attesa.
Insomma, ci vuole il fisico resistente per fare la mamma di Niccolò, sapete?

La nota positiva di tutto ciò è che le attese resettano le priorità e restituiscono brillantezza alla sostanza, mostrano la faccia amorevole di chi ti vuole bene e quella del disamore di chi se ne frega, aiutandoti a ritare la tua vita.

In questo post sulle  attese, il mio saluto a Saramago, di cui da ieri tutti parlano senza magari aver mai letto due pagine, per me maestro di umanità.
E lo saluto così, come ogni scrittore vorrebbe, credo, essere salutato, con qualche sillaba dei suoi pensieri, un po’ orfana e un po’ arrabbiata,  come quel giorno che morirono De Andrè, Guitton, Kubrick e Lucia, mia nonna.

Ogni persona è un silenzio
(Josè Saramago, Le intermittenze della morte)

La paletta rossa

È un periodo intenso, di fotogrammi fulminei che si susseguono senza nemmeno darmi il tempo di capirne bene il percorso.
Tanti, tantissimi impegni e poco tempo, nonostante le mie esigue e ormai note ore di sonno.
È tanto, troppo, tempo che non parlo di loro, di questi due, che stanno crescendo (per fortuna e purtroppo), ad un ritmo serrato che non lascia spazio nè al pensiero nè al slenzio.

Ci sono 4 dentini da latte caduti, ci sono riflessioni e domande “adulte” che tagliano le giornate: “lo zero è più o meno di niente?” “Lo zero è niente, Matteo” “No, lo zero è un numero e quindi è qualcosa, il niente è nulla”.
Ci sono attacchi di rabbia che paiono già predolescenziali, ci sono amicizie forti, ci sono lamentele delle maestre a causa dell’irrequietezza, ci sono momenti di gioco e chiacchiere con il fratello, ci sono litigi, ci sono amori.
Tra qualche mese ci sarà anche una cartella.

L’altra metà del cielo, nato durante Italia-Australia il 26 giugno 2006, per fortuna parla ancora da bambino piccolo. E io, credeteci anche se pare impossibile, non lo correggo.
Lascio che dica uttellino, lascio che racconti i suoi meravigliosi tera una votta e che mi porga i suoi bellissimi mazzi di paperi rossi.
Illusioni di infanzia, che lui sta mordendo e cavalcando a passi svelti.
Ci sono i suoi slanci d’affetto, c’è il suo bel carattere solare, lineare, c’è il suo orgoglio, la sua suscettibilità di materna impronta, c’è il suo linguaggio che si struttura di ora in ora, c’è il suo animo  geek, c’è il suo primo e agognato amico.

E poi ci sei tu.
Tu che, a volte, sei talmente stanca da fare il countdown per l’ora della nanna.
Tu che poi, nel silenzio della notte gonfia dei loro respiri, ti avvicini. Ascolti. Annusi. Baci e, nella penombra che ti è così conforme, chiedi loro perdono per le tue mancanze e  imperfezioni.
Tu che vorresti alzare la paletta rossa in faccia a questa vita che s-corre.

“Questo bimbo non è normale”

A forza di sentirmi dire che Niccolò “non è normale” tra poco inizierò a crederlo anche io.
E dopo saranno ca…voli amarissimi.

Nicolò è un bambino ipercinetico, con un carattere fortissimo. Non cede mai, vuole avere sempre l’ultima parola, risponde, reagisce, lancia gli oggetti.
È un bambino dalle reazioni estreme.
Non gioca mai con i giochi, ma con tutto ciò che ha una funzione reale. È poco, anzi, per nulla simbolico.
Gioca con le pile, le monete, le posate, lo spremiagrumi.
Tempo di concentrazione: 5 minuti.
A volte riesce anche a guardare un cartone animato per una quarantina di minuti. Ma sono momenti rari.

Ho sempre letto con attenzione ma poca immedesimazione i bei post sui bambini amplificati di Silvia e Serena (Genitori Crescono), perché Niccolò vive un po’ ingabbiato nei ruoli da quando era nella pancia: gravidanza poco tranquilla (test combinato preoccupante), richiamo per malattie metaboliche (poi risultato negativo), reflusso severo (con arresto di crescita, pianti per 23 ore al giorno, irritabilità, nervosismo), insomma, il ruolo del bambino un po’ patoloigico lo recita dal concepimento. E non volevo aggiungere anche il carico dello spirited kid (o bambino amplificato), per quanto non sia questa una categoria di bambino patologico.
Però ultimamente mi sono riletta qualcosa e devo dire che alcune caratteristiche marcate degli amplificati in lui si ritrovano.

È un bambino che va visto e seguito per qualche giorno per capire il livello di impegno che richiede che, assicuro, non è quello fisiologico che richiede il crescere un bambino di tre anni.
Perché quando ne parlo puntualmente arriva la fatidica frase “anche il mio…”.
Ma no, non è un’attività che rientra nei parametri la sua. Lo so perché di bambini di 3 anni ne ho visti tanti in questi anni di frequentazioni di nidi e materne.
Niccolò, non solo non sta mai fermo, fa due-tre cose contemporaneamente (mentre mangia con la destra, con la sinistra gioca con il pane, rovesciando puntualmente l’acqua  e con il piede gioca con la tovaglia) e questo in ogni attività, per 15 ore al giorno.
Niccolò non si può portare in giro perché scappa, corre verso la strada ridendo mentre tu con le gambe molli e il cuore in arresto lo rincorri pensando “non lo raggiungerò mai”.
Niccolò è un bambino che se decide che si deve arrampicare sul tavolo della cucina, prendere il riso e rovesciarlo, è matematicamente certo che entro un’ora, mentre tu stai facendo altro, ha fatto quel che aveva intezione di fare, pur sapendo che ne pagherà le conseguenze.
Niccolò è un bambino anche un po’ manesco con i coetanei, in particolar modo quando si annoia.
È un bambino che quando si arrabbia lancia e rompe qualsiasi cosa si trovi nel suo raggio d’azione.
Niccolò è uno di quelli che al mare “si è perso un bambino con il costumino blu”…il tempo di cercare la crema solare.

Per certo, e qui prevengo eventuali luoghi comuni, non è questione di educazione, mi chiamano “Rottermeier” :(( , insomma non sono una di polso debole (anzi forse il mio peggior difetto è di essere un po’ rigida nell’educazione), seconda cosa perché suo fratello, educato alla stessa maniera (anzi, meno rigidamente) è l’esatto opposto, è un piccolo omino che a tre anni stava seduto due ore a tavola (fin troppo esagerato dall’altro lato).
Il tempo di scrivere queste righe (quindici minuti) e si è alzato dal divano 7 volte, ha aperto un cassetto 10 volte, ha tirato fuori le posate, i feltrini per i mobili, li ha appiccicati ovunque, si è preso la merenda, ha aperto il portafogli e rovesciato le monete, acceso e spento le luci 5 volte, staccato 3 addobbi dall’albero, fatto partire 2 telefonate e…se non mi muovo a concludere mi demolisce la casa.

E quindi conlcudo, ma lo voglio fare con i pregi di questo cucciolo, con le sue positività che nessuno sembra notare perché l’impegno che richiede è sfibrante.
È un bambino affettuosissimo, che ti soffoca di baci e carezze, è solare, lo si fa ridere a crepapelle solo con una smorfia del viso, è un bimbo molto intelligente, sveglio, socievole.
È il mio pagliaccio buffo.
È il mio bimbo iper: ipercinetico, ma anche ipertenero; ipercasinista ma anche iperintelligente; ipermanesco ma anche ipercoccolone; ipersnervante ma anche iperadorabile; ipertestardo ma anche ipercurioso.
Va sempre con le marce tirate, vive con tutti i pori dilatati, mi fa arrivare a sera devastata e strabordante di sensi di colpa, ma è lui, il mio gnomino biondo ed è mio figlio.