Childfree

Un piccolo glossarietto, eh, si, ci vuole.

DINK: acronimo di Double Income No Kids, ovvero due redditi ma nessun bambino, per scelta

Childless: chi vorrebbe avere figli ma non li ha per svariati motivi

Childfree: chi non desidera e non progetta di avere figli

Leggevo su D di Repubblica l’intervista a Elisabeth Badinter (potete trovarla QUI e QUI) che però, a differenza di Corinne Maier in No Kid (“Con i soldi che ho guadagnato scrivendo libri potrei fare il giro del mondo, invece sono agli arresti domiciliari, costretta ad alzarmi tutti i giorni alle sette per servire a tavola e fare ripetere stupidissimi compiti”), si focalizza fortunatamente non sui figli in sé e per sé ma su quello che significa per una donna oggi rinunciare alla sua vita professionale e di indipendenza economica per dedicarsi ai figli, scelta spesso obbligata perché noi mamme lavoratrici “è come se stessimo correndo i cento metri con una tonnellata sulle spalle. Se vogliamo essere madri perfette e realizzarci professionalmente, la vita diventa un inferno”.

Resta aperta la domanda sul perché si associ l’aspirazione alla perfezione alla maternità…ma questa è un’altra storia e il nome di questo blog parla da solo.

Ora, premesso che le etichette mi creano sempre un po’ d’ansia (ma in fondo anche “mamma” potrebbe diventare un’etichetta no?), ho provato a curiosare un po’in giro.

L’ansia è sinceramente rimasta ma è dettata, più che altro, dall’ignoranza, nel senso che non sono riuscita a capire se il childfreedom sia un movimento arrabbiato o meno, se sia un movimento contro i bambini (cosa che non credo ma poi ho letto che alcuni si lamentano del fatto di dover pagare la scuola ai figli degli altri e sono rimasta un po’ perplessa ma peggio, ho letto che in Florida ci sono aree childfree dove è vietato l’ingresso ai minori di 13 anni e a Saint Tropez alcuni locali esibiscono un cartello con scritto “vietato l’ingresso ai cani e ai bambini”) oppure se sia un movimento che inneggi alla libertà personale di scelta puntando allo sdoganamento dei clichè (che nel Belpaese di mammà e della voce stentorea de Vaticano sarebbe anche un buon modo per farsi sentire).

Essendo la maggior parte dei siti in inglese faccio un po’ di fatica a comprendere bene tutti i testi. Non capisco, in sostanza, se sia un movimento “contro” o un movimento di semplice appartenenza. Ma mi chiedo: perché farne un movimento? Esiste forse un movimento delle mamme? Non è già una ghettizzazione il fare di una scelta un movimento?

L’unico disclaimer chiaro e positivo l’ho trovato QUI e recita: “childfreedom is choosing not to create or raise any children. It’s about wanting to devote our lives to other objectives. For some that is their careers, for others their hobbies. Most childfree people recognize that parenting is a stressful, time-consuming and often thankless job, and we’d rather do something else with our lives.

Nulla da obiettare. Anzi.

Io ho sempre desiderato tanti figli. Nonostante avessi qualche difficoltà nell’avvicinarmi ai bambini ho sempre pensato che avrei avuto una fmiglia numerosa, anche perché l’unica vera grande mancanza incolmabile della mia vita sono i fratelli.

Poi, dopo il primo figlio, dall’idea di 5 sono passata all’idea di 3 e ora, dopo il secondo, sto ponderando se fermarmi qui.

Non ho però mai avuto ansia da orologio biologico. Un bel giorno, al mare, nell’estate del 2003, mi sono resa conto che sentivo il desiderio di un bambino. Io che ad approcciarmi ai bambini ho sempre provato un po’ di imbarazzo. In spiaggia, sdraiata al sole, guardavo le mamme i papà indaffarati e mi sono accorta che non mi bastava più quel che avevo.

Per me non è nemmeno stata una scelta, ma un passaggio naturale da uno status ad un altro. Senza traumi.

Non sono una mamma che infiocchetta la maternità, che ha sacrificato il lavoro, che ha fatto scelte esclusive per spirito di dedizione alla prole, che ha mollato interessi e rapporti interpersonali per votarsi al Ruolo. Ma sono pur sempre una madre e i miei figli sono la mia  domanda quotidiana sul senso della vita, e  a tal proposito, di nuovo, mi trovo in disaccordo con la Meier quando afferma che: “avere un figlio è il miglior modo di evitare di porsi domande circa il senso della vita, dato che tutto ruota intorno a lui: è un meraviglioso sostitutivo della ricerca esistenziale.”

Macchè.

Vi lascio qualche link per pensare.

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Non-bilancio

Ciao Silvia,
seguo assiduamente il tuo blog e mi permetto di scriverti due righe per farti personalmente gli auguri di Buon Natale.
Anche se non ci conosciamo mi viene spontaneo mandarti gli auguri come si fa di solito tra amici!
Ti ringrazio per la compagnia “virtuale”, è bello leggere le tue riflessioni e condividere le esperienze che la vita da mamma ci riserva.
Ti auguro di trascorrere delle giornate serene e felici insieme ai tuoi splendidi bambini!
Un abbraccio
A.

Cara Silvia,
Buon Natale a e te ai tuoi bambini e alla tua famiglia!
E grazie di questo anno in tua compagnia, non sai quanto sia stato importante condividere con te e le altre mamme tutte le difficoltà dell’essere genitori (di due maschi poi!)
Un abbraccio
V.

Cara Silvia,
ti leggo ormai da un anno e mezzo, avidamente.
Hai una capacità incredibile di gestire racconti, sensazioni, esperienze altrui senza mai trascendere, ma lasciando comunque sempre passare chiaro
Si è creata qui, attorno a te, una comunità di persone bellissime.
Mi sono sentita tantissime volte “tradotta” e accolta da te in questi mesi.
Ti scrivo per farti i miei auguri di cuore.
Sei una donna eccezionale e la tua famiglia è fortunata.
Un bacio.
E.

Tre delle tante mail di auguri personali che ho ricevuto in questi giorni.
Si, sono auguri “personali” e me ne vanto, perché da qualche tempo vanno per la maggiore gli sms in serie, le taggate su Facebook collettive, le mail tristemente identiche per persone differenti.
E quindi, in questo appiattimento, gli auguri ad personam, si impreziosiscono ulteriormente.
Sono io, però, che ringrazio voi di quest’anno intenso di scambio e confronto, di arricchimento, di gioie urlate e dolori condivisi.

Non linko il post che scrissi lo scorso anno come bilancio del 2008. Non lo linko perché non sono più io quella. Mi sembrano passati 10 anni e in quel post ci sono tutte le assenze che hanno fatto si che io ora sia quella che sono.
Una persona un anno fa mi disse “avrei voluto leggermi nel post sul bilancio”.
L’esperienza mi insegna a non fare più bilanci, né preventivi né consuntivi, sui rapporti e, dunque, quest’anno passo.
Ci sono vuoti e pieni nuovi nella mia vita, persone che se ne sono andate, altre che sono arrivate, alcune che sono ormai dei punti fermi e altre ancora che ho accanto ma che non penso potranno durare a lungo.
Entusiasmi e delusioni si sono alternati come è giusto che sia.
Così come si sono alternati i colori della vita che pulsa nell’argento vivo dei bambini e il buio dello sguardo spento di chi non è più con noi.
Vita. Si chiama vita.

A nascere sono bravi tutti…
Persino io sono nato! Ma poi
Bisogna divenire! Divenire!
Crescere, aumentare, svilupparsi, ingrossare… (senza gonfiare)
accettare i mutamenti (ma non le mutazioni)
maturare (senza avvizzire) evolvere (e valutare)
progredire (senza rimbambire)
durare (senza vegetare)
invecchiare (senza troppo ringiovanire) e morire senza protestare, per finire!

(Daniel Pennac)

Buone feste a tutti e, ancora, GRAZIE.

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Tra dentini e manate

È un bel po’ che non scrivo dei miei bimbi.
Matteo sta crescendo velocemente, non ha più l’aspetto del bimbo piccolo,  ha acquisito padronanza emotiva nelle situazioni sociali che prima lo mettevano sempre un po’ in imbarazzo, ha regalato i suoi primi due dentini al topino, ha stretto un’amicizia matura con un compagno di scuola, partecipa con interesse e invidiabile entusiasmo alla scuola di inglese.

A tratti sembra un preadolescente, a tratti sembra regredire ai terribile two.
Dicono che dopo i terribile two ci siano i terribile five, perché a quest’età fanno un altro scatto di autonomia…il punto è capire quando sono finiti i terribile two e quando sono inizi i terribile five. A me ancora non è chiaro, mi sembra, tra uno e l’altro, di navigare in un flusso indistinto da 5 anni e mezzo.

Ha una passione sfrenata per la costruttività, ambito in cui ha una consapevolezza invidiabile di se stesso.
Si tratti di costruire una gru con i Lego oppure di ingegnarsi, raccogliere grossi tronchi trovati nel parco della scuola e mettere in piedi la “casa per le lumache”, attività quest’ultima documentata con emozione e sorpresa dall’atelierista che, proprio con quell’intento (ancora da comunicare ai bambini), aveva appoggiato nel parco quei tronchi e una mattina, aprendo le finestre, si è ritrovato l’opera già pronta.

casa delle lumache

Ma quando si impegna, nonostante il disegno e la pittura  non siano propriamente la sua forma espressiva d’elezione, riesce a produrre qualche capolavoro.

Tra pochi mesi sceglieremo la scuola primaria:cool:
Ci sono momenti in cui mi sembra di averlo in casa da sempre e momenti in cui da quell’alba di una nuova vita mi sembra davvero trascorso solo qualche giorno.

Niccolò ormai non è più tanto piccolo.


Nonostante un inserimento con pochi lamenti e poche crisi, ha manifestato disagio per questa nuova esperienza alla materna attraverso un linguaggio non verbale non sempre consono.
In sostanza : MENA.
Matteo i primi tre anni le prendeva da tutti, questo le dà a tutti. Poi dicono l’educazione! :choler:
La contraddizione evidenziata con più forza dalle educatrici è questo contrasto tra il suo atteggiamento corporeo che tende a tenere tutti lontani e il desiderio continuo di coccole. È un cucciolone che chiede manifestazioni affettive dalle figure adulte e al contempo allontana i suoi amici con spinte e manate.
Ora però va un po’ meglio. Ieri mi dicevano che è molto lunatico (ma da chi avrà MAI preso????) e che la giornata si srotola a seconda del suo umore al risveglio.
Ha un carattere tostissimo e io penso che sia anche un po’ iperattivo.
Si lo so che a 3 anni è un termine fuori luogo ma voi come chiamereste un bambino che non riesce a stare fermo, mai? Non ce la fa assolutamente e non parlo  di cinesia fisiologica legata all’età. Parlo di difficoltà incontenibile a rimanere quasi fermo.
Mentre beve con la mano destra, con la sinistra accende e spegne le luci, apre e chiude il frigo, afferra oggetti, apre e chiude i cassetti;
anziché camminare, corre;
mentre mangia è un continuo salire e scendere dalla sedia, mettersi in ginocchio, alzarsi e risedersi (Matteo da quando ha un anno sta a tavola come un adulto…e di nuovo: poi dicono l’educazione!);
mentre guarda la tv, va avanti e indietro per tutta la casa, prende giochi, li riappoggia, prende libri, sale e scende dal divano un milione di volte.
Non ce la fa a concentrarsi su nulla per più di 10 minuti.
A volte ho la sensazione che sia davvero qualcosa più forte di lui, mi dà l’idea che vorrebbe stare tranquillo e concentrato su una cosa ma non gli è possibile.

Qui, sotto, in azione a casa di un’amica… :o: Tutti seduti, tranne terminator.

Insieme…fanno scintille! Come sempre e come da sempre (ma solo i miei litigano???).
Matteo è molto geloso ed è sempre in competizione. Niccolò, nonostante questo carattere tosto, con il fratellone è molto tenero e i rari momenti in cui Matteo gioca con lui senza urlargli contro è talmente felice che continuamente esprime apprezzamenti: Matteo è bellissimo quello che stai disegnando, Matteo sei bravissimo a fare i Lego. Pur di passare qualche minuto in più insieme…si spertica in lodi!
Abbiamo cronometrato la durata di tale idillio…10 minuti. All’undicesimo, uno dei due parte con un urlo, una sberla o il lancio di un gioco.
Questo significa che, non riuscendo io a farli menare amenamente, ogni 10 minuti faccio partire anche il mio urlo che Niccolò neutralizza con un “e non fare quella voce da matta”!  :o:
La conclusione è che un intero pomeriggio “tutti insieme appassionatamente” si può trasformare nel peggiore degli incubi di chi sogna riposanti fine settimana all’insegna del relax psicofisico.

Cresceranno, mi ripeto e mi ripetono tutti in continuazione…ma siamo sicuri che cambierà qualcosa?
A sentire le mamme di figli più grandi, forse, forse, preferisco non riposarmi nei fine settimana. :)

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Il figlio preferito

figliopreferitoSono due giorni che penso ininterrottamente a QUESTO POST di Eli, che tocca corde per me molto delicate.
Dopo averlo letto mi è tornato in mente anche QUESTO di Claudia.
Chissà quanti altri post del genere ci sono sparsi per il Web.

Oppure no.
Oppure sono pochi questi post, perchè sono poche le mamme interrogate dalla pungente Sig.ra Coscienza  (come Claudia) o quelle  consapevoli di sentirsi legate da un rapporto viscerale aduno dei due (come BStevens e come me).

Già. Come me.

Non entrerò qui, sul mio blog (su altri posso farlo tranquillamente ma qui no), nei dettagli di questo legame prepotente che sento verso uno dei due perché in futuro i miei figli leggeranno queste righe non vorrei che un ragionamento del genere si potesse tradurre nelle loro teste in un banale e impreciso fatto di  “più o meno amore”.
Perché NON è questo.
Non si parla di amore. Quello è identico e sarebbe patologico se non lo fosse.

Di cosa si parla allora? Non lo so bene nemmeno io.
Forse di trasporto, di corrispondenza, si parla di viscere, di sintonie, di comunicazione non verbale.

E per me, purtroppo (e questo è il mio grande cruccio), si parla anche di pazienza.
Con uno ho molta più pazienza che con l’altro.
Sto lavorando molto su di me, ma faccio fatica a rendere equivalente il livello di sopportazione in situazioni di stress. Con uno alzo prima la diga.

Parlando di questo con una professionista molto capace mi sono sentita dire che non c’è nulla di più naturale e che, proprio come ha scritto Eli, è la stessa cosa che accade nei confronti dei propri genitori: a meno di torti gravi, non si può dire a chi si vuole più bene, perché quello è identico, si può però dire con chi ci si sente più in sintonia. È un po’ quello che riassume Enrico Franceschini QUI.

Ed è vero, Claudia, è una domanda crudele, che non si dovrebbe fare a nessuno ma che però la mia coscienza, come la tua, mi sbatte in faccia almeno una ventina di volte al giorno. Vallo a dire a lei! :D
Ma forse non è crudele, dipende da che significato si dà a quel “preferito”.

Non si parla d’amore.
Amo i miei figli in egual misura, per i loro singolari difetti e unici pregi, per i loro opposti modi di approcciarsi ad ogni cosa, per il loro carattere assolutamente differente. Ognuno è una parte di me, ma resta unico, ognuno ha difetti miei e suoi, che io detesto, ognuno di loro ha pregi miee suoi che amo.

Più parlo con le mamme e con le amiche, più mi rendo conto che queste sintonie ci sono. Spesso non vengono lasciate emergere. Ma ci sono.
E, nella maggior parte dei casi queste sintonie speciali sono dettate dai vissuti personali: essersi sentiti “meno amati” dei fratelli; avere rischiato di perdere un figlio in gravidanza o ancora, aver constatato alla nascita che quell’amore tutto fiocchetti e cuoricini non è sfociato né dopo il test di gravidanza e nemmeno in sala parto (e quindi, quando poi è arrivato, l’ha fatto con una prepotenza e una forza impensata).
Insomma, i vissuti infantili, ma anche adulti, hanno una certa influenza sul tipo di legame che si instaura con i propri bambini. E leggendo i commenti su alcuni forum ho avuto conferma di questo, c’è quasi sempre un vissuto da fratello (o sorella) trascurato o iper-amato a influenzare il rapporto con i propri bimbi.
Per questo il post di Eli mi ha colpito in modo così prepotente. Perché, con la naturalezza di chi sa il fatto suo, lei ha lasciato andare in 6 righe tutti i difficili e delicati equilibri della maternità.

Non mi addentro oltre, per quanto riguarda la mia vita e i miei imperfetti equilibri, ma mi piacerebbe sentire voi, perché sento che una discussione su questo argomento lascerà qualcosa a tutte.

“Un giorno fu chiesto a un uomo sapiente:
«Hai molti figli: qual è il tuo preferito?».
Rispose: «Il figlio che preferisco è il più piccolo finché non è cresciuto;
è quello che è assente finché non ritorna;
è quello malato finché non guarisce;
è quello che è in prigione finché non è liberato;
è quello afflitto e infelice finché non è consolato”


Altri spunti qui
http://www.ordinepsicologilazio.it
http://www.bebeblog.it/post/234/il-figlio-preferito-e-le-rivalita-tra-fratelli_prima-parte
http://www.bebeblog.it/post/273/il-figlio-preferito-e-le-rivalita-tra-fratelli_seconda-parte
http://www.giuseppegenta.net

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Vicino e lontano, quando la casa respira

Vicino e lontanoI bimbi sono al mare con i nonni.
Staranno via tutto il mese di agosto. Noi li raggiungeremo il venerdì e rientreremo il lunedì.
In questi pomeriggi svuotati dei loro rumori io assorbo i silenzi.
Forse sono più imperfetta di quanto si possa immaginare o, semplicemente, un po’ degenere, non so…ma io, lo ammetto, sto bene anche senza di loro.
Mi mancano, ci sono momenti in cui pagherei per un loro abbraccio o per vederli saltellare intorno, la sera quando guardo la loro stanzetta mi si stringe il cuore ma buona parte del tempo riesco a godere di questo distacco.
Le piccole cose dimenticate.

Cucinare e cenare con calma. Ho tirato fuori il mio quadernone delle ricette, archiviato nel 2004. L’ho sfogliato, mi sono lasciata ispirare. La buona cucina richiede calma e dedizione e con i bambini nulla viene mai come dovrebbe.
Al contrario, decidere che non si ha voglia di cucinare e sfamarsi con un pacchetto di tortillas alla paprika e una birra.
Cenare alle 21.
Mettersi lo smalto, farsi una piega ai capelli.
Leggere un libro in sala o in terrazzo e non solo la sera prima di dormire.
Ascoltare la gioia dei muri e del pavimento che respirano, non più soffocati dai rumori e dai giochi.
Osservare compiaciuta il cesto della biancheria che si riempie lentamente, la lavastoviglie che al quinto giorno ha ancora spazio per qualche piatto.
Lasciare in giro per giorni gli accessori del nuovo cellulare, della digitale o del navigatore senza l’ansia che piccole mani inghiottano la micro sd e la sim card.
Vedere ogni pomeriggio un’amica e poterci chiacchierare in terrazzo davanti ad un caffè senza interruzioni continue.
Uscire a cena di martedì e non preoccuparsi del mal di testa perché tanto non si ha nulla da fare se non occuparsi di se stessi.
Parlare con il marito. Anche questo è stare senza figli. Trovarsi faccia a faccia con l’altra metà della coppia. Senza contorno. Rompere i silenzi che si sono costruiti per occuparsi dei figli. Riprendere i fili, ascoltarsi.
Alzarsi e fare colazione nel silenzio del tempo dall’oro in bocca.

Non vorrei vivere sempre così. Amo vivere così, svuotata, proprio perché la mia vita è l’opposto della mollezza e della pace di questi giorni.
Riesco ad apprezzare le “normalità” dimenticate proprio grazie ai miei figli che me le hanno “rubate”.
È la mancanza che le rende uniche, è il tempo limitato del godimento che le rende speciali.

Che ci siano o che non ci siano sono sempre i bimbi ad impreziosire e a dare un senso al tempo.

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