L’ansia di una mamma

Michela è alle prese con l’inserimento al nido di un bambino non più piccolissimo.
Ma soprattutto è alle prese con quello che io definisco il “pane quotidiano delle madri”: il senso di colpa.
Io, per quanto riguarda le scuole dell’infanzia, vivo in un’oasi decisamente felice, ma qui non si parla di strutture, capacità, progetti educativi e pedagogici.
Qui si parla di timori, distacchi, intrusioni familiari, insicurezze, paure.
Sensazioni attraversate da ogni madre e ogni padre che ha lasciato il suo bimbo al nido.


Cara Silvia,
eccomi qua…sto cercando un aiuto, un parere sincero ed “esperto” ma non dell’esperienza di uno psicologo bensì dell’esperienza che arrivi dal cuore di una mamma o di altre mamme…o anche solo una parola di conforto che mi faccia sentire meno sola in questo vortice d’ansia che si è creato dentro di me e che non so se sono io ad ingigantire o se sono gli altri a non comprendere…

Mio figlio Tommaso ha 2 anni e tre mesi.
Io e suo padre lavoriamo tutto il giorno. Dai 10 mesi in poi il mio piccolo ha trascorso le mattine con la baby sitter (una signora quasi amica, molto fidata e mamma a sua volta di due ragazze) e i pomeriggi con i miei genitori.
Premesso che Tommaso è sempre stato benissimo con la baby sitter, non ha mai nascosto comunque la sua preferenza per le persone della famiglia: i nonni o ancora meglio me e suo padre.  Detto questo lo scorso anno a parte qualche sporadica crisi mattutina nel vederci andare via è trascorso serenamente.

Essendo tommaso un bimbo piuttosto socievole e che sta volentieri con altri bimbi quest’anno abbiamo deciso di fargli frequentare il nido la mattina. Lo scorso inverno alla fine l’aveva passato molto chiuso in casa, con tutte le coccole e i giochi necessari ma comunque in casa con 1 o 2 adulti; anche per questo il nido ci sembrava una buona soluzione per lui e per la sua voglia di giocare.
Abbiamo cominciato l’inserimento poco più di 2 settimane fa…inserimento a parer mio un po’ sbrigativo ma così è stato deciso di volta in volta dal nido.
I primi giorni dopo l’inserimento sono stati molto difficili, sia perchè erano i primi in cui mangiava lì sia perchè io avevo ricominciato ad andare a lavorare quindi l’uscita dal nido non significava stare con me ma con i nonni. Non appena sembrava che le cose stessero per migliorare (per lo meno lui aveva smesso di piangere quando lo lasciavo lì) lui si è ammalato quindi abbiamo fatto 5 giorni a casa. Da ieri abbiamo ricominciato la frequenza e ovviamente siamo ripartiti da capo.

Inutile dire che io sto malissimo nel vederlo così e dal primo giorno mi chiedo se ho fatto la scelta giusta; che quando le maestre mi dicono che va meglio perchè non piange più mi esce un sospiro di sollievo ma quando poi mi scopro che ancora non gioca con gli altri me lo immagino tutto solo in un’ angolo in mezzo a tutti quei bimbi che non conosce e dei quali non gli importa nulla perchè è me che vuole; che quando la mattina lo porto e sento che da solo, quasi a volersi convincere, si ripete la frase, sentita 1000 volte da me, “mamma torna sempre” mi sento stringere il cuore; che il tragitto dal nido all’ufficio è appannato dalle mie lacrime; che pagherei oro per poterlo osservare lì, al nido, anche solo 5 minuti per capire se sta bene anzichè strapparmelo dalle braccia e scappare come una ladra perchè finchè ci sono io lì lui piange e gli prolungo solo l’agonia; che non appena i miei lo vanno a prendere li chiamo per sapere se ha mangiato, se è sorridente o se è triste, se ha pianto, se sembra felice…e quando torno la sera sto a controllare ogni segnale: dorme, non dorme, è sereno, è traumatizzato

In più ci si mette mio padre a dirmi che sto sbagliando, che i bimbi devono stare con la famiglia fino ai 3 anni, che anche gli psicologi lo dicono e che non c’era tutta questa fretta…
Insomma sono in crisi…ogni mattina al momento di lasciarlo, o ancor prima, vedo stare male mio figlio e mi sento morire mentre nella mia idea di un paio di mesi fa il nido per lui sarebbe stata una bella avventura.

So che non dico nulla di nuovo, che ogni mamma ci passa o ci è passata forse facendosi molte meno paranoie di me…tutte le mie amiche mi dicono “resisti, passerà”.
Vedo chiaramente che a parte un maggiore attaccamento a me e le sue puntate notturne nel lettone è rimasto il bambino allegro e sereno di sempre quindi in cuor mio anch’io mi dico “passerà”.
Ma allo stesso tempo mi chiedo: se accadrà, nel momento in cui le cose miglioreranno e lui finalmente starà meglio che impronta avrà lasciato in lui questa esperienza vissuta: di una sua personale vittoria perché ce l’avrà fatta a superare il timore, il bisogno, lo smarrimento, quindi lo renderà più forte e sicuro? O semplicemente si rassegnerà al sentimento di abbandono che ha provato e questo lo accompagnerà per sempre nei suoi rapporti con gli altri…o cos’altro ancora?
L’idea che di questa esperienza rimanga in lui un segno indelebile mi spaventa e mi spaventa soprattutto perchè ce l’ho accompagnato io…

Scusa se mi sono dilungata tanto, già mi è servito scriverti, buttare giù le mie ansie e le mie sensazioni così negative ma purtroppo così forti.

Grazie
Michela

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Ricordo che la sezione in cui pubblico le lettere si chiama “Scritto da te” ed è dedicata a chiunque abbia voglia di raccontare qualcosa, condividere la sua storia, ascoltare le altre mamme su un determinato argomento, sfogarsi, gioire.

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Distacchi

In luglio ho lasciato al mare un bambino di 3 anni con il pannolino, il ciuccio per la notte, il biberon per la colazione e il seggiolino da attaccare al tavolo.
Ho ritrovato un bambino grande, che parla ormai bene, coniuga i verbi, sa il fatto suo; un bambino orgoglioso di fare la pipì nel water, in piedi come suo fratello, fiero di riuscire a fare la nanna senza ciuccio, felice di fare colazione nella tazza e di consumare i pasti seduto sulla sedia.
Ha fatto un grande lavoro per crescere, si è dovuto/voluto staccare dagli oggetti che più proriamente legano un bambino alla prima fase della vita. Io sono orgogliosa di lui, della sua risolutezza e delle sue piccole autonomie.

E con questo bambino “grande” stamattina ho varcato la soglia della scuola materna per un’altra tappa di crescita, sua e mia.
È entrato così, tenendo la mano di Matteo, con il sorriso stentato ma curioso che gli spunta davanti alle novità.

Ha pianto ed è  scappato fuori (voglio venire con te a lavorare), poi però si è nuovamente ancorato alla mano di un fratello maggiore che per l’occasione si è calato in un commovente ruolo paterno: vieni Nicchino, ti faccio vedere i giochi, non ti preoccupare che nemmeno gli altri bambini conoscono te. Io sto un po’ con te, poi vado nella mia sezione, ma se hai bisogno ci sono. Quando la mamma va via mi chiami e vengo.

Già, la mamma…

La  mamma è stata un’oretta e poi se n’è andata, lasciando i suoi omini a scuola insieme, uno con le sue autonomie appena conquistate e l’altro con i suoi primi dentini che dondolano, orgogliosa di questa vicinanza di età, consapevole della rincorsa veloce che hanno preso.
Li ha salutati ed è uscita, senza tentennamenti, come insegnano.
Ha imboccato il vialetto con la gola un po’ annodata e l’occhio velato ma è stata brava…non si è fatta vedere da nessuno.

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Ciao Picasso!

E’ arrivato. L’ultimo temuto giorno di nido.

Il Nido Picasso è casa mia da 4 anni. Un bambino è uscito e l’altro è entrato.
Questo asilo è anche il mio nido.
Chi mi segue con attenzione già sa quanto io ami questo luogo.
Nel panorama già molto frtunato delle scuole comunali dell’infanzia della mia città, io, con questo nido, credo di aver toccato l’eccellenza dell’eccellenza.

Scrivo con un groppo in gola incredibile perché oggi, varcherò quella soglia per l’ultima volta.
E’ una soglia speciale quella del Nido Picasso. È la soglia che mi ha visto crescere, innaffiata (per riprendere il fresco disegno di questa nuova veste) dall’autonomia e dal distacco dai miei figli. E’ una soglia che mi ha visto soffrire, ridere, imparare, condividere, amare.
Qui ho iniziato la mia esperienza nel Consiglio infanzia, che mi ha restituito una ricchezza umana e pedagogica invidiabile.

Qui ho imparato a lasciare liberi i miei figli, a concedere spago ai miei due aquiloni. Qui ho imparato a fidarmi e affidarmi.

Mi sento legata a tutte le figure che ruotano attorno a questo asilo.
Le educatrici negli anni hanno mostrato una capacità incredibile di adattarsi alle forme espressive di ogni songolo bambino.

Hanno capito Niccolò, il mio mare mosso. Non c’è stato bisogno di dire loro che è un bambino che porta le cicatrici di un reflusso severo e che per questo non riesce a stare seduto, a mangiare tranquillo, ad ascoltare una favola.
Non c’è stato bisogno di fare “prevenzione”. Loro l’hanno accolto e hanno diversificato per lui le attività. I compagni leggono un libro e lui è libero di dedicarsi a qualche attività da fare rigorosamente in piedi.
Una parola per le cuoche e le ausiliarie che qui, più che altrove, sono figure di grande importanza per i bambini.
Con le cuoche si va in cucina a preparare le torte, con le ausiliarie, mentre appunto gli altri svolgono qualche attività, Niccolò ha passato il tempo con scopa, spazzettone e guanti.

Anche Matteo è stato custodito, nella sua timidezza ed introversione. E’ stato custodito con amore, dedizione e grande esperienza. E’ stato preso in braccio per due anni al momento del saluto mattutino, è stato coccolato, è stato sopportato quando alle 14 era puntualmente sveglio, è stato ascoltato.

E’ un vero peccato che questi ricordi svaniranno dalle loro teste. Ed è per questo che scrivo queste righe, perché in futuro loro possano chiamare per nome le persone che li hanno amati.

Dedicato a Cinzia, Daniela, Fazia, Filomena, Laura, Luisa, Manu, Marina, Miriam, Monica, Olimpia,  Simonetta, Virna, Vitto.

GRAZIE DI CUORE.

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FESTA DI NATALE – NICCOLÒ

 


L’omone bianco e rosso è arrivato anche al nido e ha scelto Niccolò come folletto.
Un figlio timidissimo e l’altro sfacciato. Una delle tante differenze tra questi due fratelli.
Niccolò ha distribuito doni, ha assegnato noccioline a ciascuno dei presenti, ha aperto il regalo della sezione,
ha tagliato la torta e l’ha distribuita agli amici.

Clicca sulle immagini per ingrandirle



 

Al nido, bravi come sempre, la festa mi è più famigliare. È la quarta che faccio qui. Mi sento bene in questa scuola. Mi sento a casa.

Prima la distribuzione dei regali ai genitori: un porta candela fatto dai bimbi (si, insomma, fingiamo di crederci :D )e  un calendario con le loro foto.

Poi di corsa in sezione, dove si entra in punta di piedi, restando in silenzio perché…c’è Babbo Natale che dorme…
E quando si sveglia…dolci per tutti e un bel regalo per la sezione, sotto gli occhi divertiti ed emozionati di bimbi e mamme.



È ora della torta della tatacochica (Monica).
Una bellissima grotta di panettone offre riparo ad una Sacra Famiglia di zucchero, prontamente agguantata dall’ignaro Niccolò che blasfemamente si riempie lo stomaco con il povero Gesù Bambino, tutto questo mentre Matteo a ripetizione domanda: quando arrivano i soldati ad ammazzarlo?
La persona che ha raccontato che Gesù verrà ucciso dai soldati ha omesso il fatto che non viene propriamente ucciso da bambino…


Un saluto alla bravissima tataimpa (Olimpia), che è con loro da settembre a sostituire una maternità e che tanto piace ai bambini: Niccolò la sogna spesso e si sveglia invocandola.

È l’ultimo Natale in questo nido che io tanto amo, tra queste persone che tanto stimo.
Soffro di nostalgia preventiva o proiettiva. So già che mi mancheranno tutti.
 

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Ricchezze di nido

Come sempre, nonostante sia il mio quarto anno di frequentazione ininterrotta di asili nido, non finisco mai di sorprendermi dei percorsi che seguono a Reggio Emilia le scuole comunali dell’infanzia.

Alla prima riunione di sezione ci hanno mostrato un video relativo a questo primo mese di frequenza.
Abbiamo avuto modo, così, di calarci in situazioni tipiche della quotidianità di Niccolò che  non ci vengono mai restituite verbalmente, non essendo lui ancora in grado di formulare narrazioni.

Assemblea
La mattina la sezione (composta da bambini di età compresa tra i 26 ai 33 mesi) si riunisce in assemblea. Fanno l’appello, si contano a vicenda, discutono il programma della giornata, mangiano la frutta. Uno di loro, il cameriere, ha il compito di distribuire frutta fresca agli amici. Con attenzione e precisione, infila la forchetta nel pezzo di frutta desiderato dall’amico e, tutto orgoglioso, gliela porge.
Sono 24 bambini, TUTTI seduti senza nessuna fatica e nessun atto di “forza”.

Fiducia
Queste attività di collaborazione al menage quotidiano del nido, si faranno più forti alla scuola dell’infanzia, ma la semina alla collaborazione domestica inizia già a 20 mesi.
E così, a turno, questi frugoletti piccolissimi si dividono le mansioni: il cameriere del pane si occupa, appunto, di distribuire i pezzettini di pane agli amici, quello della frutta anche. Poi, un gruppo di 5-6 apparecchia la  tavola. Con che attenzione e orgoglio maneggiano le stoviglie, rigorosamente frangibili e non di plastica!
Vederli apparecchiare mi ha fatto venire in mente Maria Montessori, a cui si devono i primi atti di rispetto verso l’infanzia.
Maria Montessori era un rivoluzionario genio al servizio totale e completo dei bambini.  È stata la prima figura di educatore capace di guardare al bambino come un essere umano in tutto e per tutto. Con rispetto e amore si è dedicata all’infanzia rivoluzionando per sempre l’approccio educativo: le seggioline che trovate nelle scuole dei vostri figli le ha fortemente volute lei. Tutto doveva essere a misura di bambino: sedie e tavoli piccolini, maniglie abbassate, interruttori ad altezza bambino, insegnanti senza cattedra ma seduti accanto ai bambini sulle piccole seggioline predisposte per loro.
Tutto questo accadeva nei primi anni del secolo scorso, quando la scuola era impostata ancora su metodi coercitivi (punizioni, bacchettate): questa la più grande rivoluzione.

Tornando alle mansioni quotidiane, fu proprio Maria Montessori ad inserirle nei suoi programmi pedagogici, fu proprio lei a dare in mano ai bambini piatti e bicchieri, il che, traslato, significava dare loro fiducia.

“Fornita la scuola con questi piccoli e graziosi mobili, dobbiamo indirizzare le attività infantili a usarli tutti, a rimetterli a posto dopo che furono spostati, a ricostruirli dopo che furono demoliti, a pulirli, lavarli e lustrarli: impiantando così un lavoro speciale che si è dimostrato adatto in modo sorprendente ai piccoli bambini. Essi infatti veramente puliscono, e veramente ordinano: lo fanno con piacere immenso e facendolo acquistano delle abilità precoci che sembrano quasi miracolose e che sono certo una vera rivelazione per noi che non avevamo mai fornito loro l’occasione di esercitare in qualche modo abile e intelligente la loro attività.
Infatti quando i bambini cercavano di usare cose che non erano giocattoli, erano immediatamente arrestati da un: “Stai fermo non toccare!” che si ripeteva più o meno enfaticamente ogni volta che le loro manine si avvicinavano a oggetti nostri. Solo a qualche bambino povero era riservato il privilegio di imitare (sempre di sotterfugio s’intende) la mamma che cucinava o che lavava i panni.
Ecco perché nelle Case dei Bambini, ove esistono a loro disposizione tanti piccoli e semplici oggetti – coi quali possono fare lavori seri, fino ad apparecchiare la tavola, a servire il pranzo e a lavare piatti e bicchieri – i bambini si trovano in un centro di vita felice nella quale, a causa dell’amore che sentono per quelle cose quasi sacre che non erano mai stati permessi non diciamo di usare, ma neppure di toccare, sono portati ad un perfezionamento: ad imparare a muoversi senza urtare le cose, a trasportare oggetti senza romperli, a mangiare senza insudiciarsi, a lavarsi le mani senza bagnarsi i vestiti. Ed ecco che per quegli oggetti per cui tanto si temeva, si conservano intatti malgrado la loro fragilità e malgrado il loro formare parte di un ambiente di esseri ritenuti distruttori.
La gioia che provano i bambini nelle nostre scuole a questa idea così semplice di applicare la loro attività a conservare le cose che li circondano, anziché a lavori che fanno insieme sprecare tanto materiale e tante energie infantili (come fecero appunto molti lavori di Froebel, oggi aboliti, che erano la prima causa di una miopia diffusa nell’infanzia), sono state fra i principali fattori della diffusione enorme che il metodo ha avuto in tutto il mondo.” 1

Il bambino è un essere umano COMPETENTE: questa la grandissima rivoluzione, di cui in seguito Loris Malaguzzi ha fatto una missione.

Sporcarsi
L’atelier è un mondo magico. Angoli ricchi di materiali (naturali e non) di ogni sorta: conchiglie, sabbia, rami, foglie, tronchi, zucche. Fil di ferro da trasformare in figure magiche. Blocchi di creta da agire con mani e piedi. Fogli bianchi da riempire con grandi pennellate.
Seduti attorno ad un tavolo, le manine immerse in attività sempre diverse, liberi di sporcarsi e di sporcare.

Mani in pasta
Sotto, in cucina, su un tavolino a misura loro, tre paia di piccole mani versano nel robot farina, limone e zucchero, assieme alla cuoca (figura importantissima) che pazientemente spiega loro cosa sia ciò che stanno toccando e annusando. E quando il capolavoro esce dal forno, lo si condivide con gli amici, in un tripudio di orgoglio e golosità.

Teatro
Così piccoli? Ma quest’anno sono grandi! Niccolò è andato per la prima volta teatro a 16 mesi! Sono spettacoli appositamente pensati per età comprese da 0 a 3 anni, di breve durata. Seduti su poltrone per loro enormi, occhi sgranati e bocca aperta.
Incredibile.

Andar per luoghi
Una bella raccolta di castagne in un boschetto, armati di stivali e  cestini, una passeggiata sotto Natale per ammirare le luminarie della città, qualche capatina in biblioteca a scoprire nuove storie.

Salus per Aquam
E per finire, una volta alla settimana, tutti insieme in piscina.


Non riesco a dare per scontata nessuna di queste attività. Ogni volta, si rinnova la meraviglia e la consapevolezza di una grande fortuna e di una preziosissima ricchezza.

Se hai 4 minuti, guarda il video.

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1 Maria Montessori, Manuale di pedagogia scientifica, Alberto Morano Editore, Napoli 1935, p. 14

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