Quelli che ti insegnano i colori

 

 

Chi è un maestro? Cosa significa aver averne avuto uno? Cosa deve trasmetterci una persona affinché ci venga voglia di chiamarla così? E voi? Avete avuto dei maestri?
La settimana scorsa è morta una persona. Un collega, un amico, una sostegno. Lui mi ha aperto le porte professionali, ma non solo. Gomito a gomito nello stesso ufficio per anni. Tante parole. E tanti sorrisi. Sorrideva, Giovanni, sorrideva sempre. Con quegli occhi puliti color neve sporca.

È stata una guida.
Giovanni aveva una dote. Anzi ne aveva tante e sono certa che chiunque l’abbia conosciuto potrebbe dire qual era la sua eccezionalità. Perché lui “ti parlava dentro”. E per ogni persona aveva una corda da far vibrare.
La dote che ha riservato a me era quella di insegnare a guardare le persone con indulgenza.

Guardare

le persone

con indulgenza

Di cosa parliamo? Di un mondo bello. In cui l’altro non è una pedina sul tuo cammino, da spostare, saltare, sfiorare, raggirare, usare a tuo piacere. Parliamo di un mondo in cui l’altro è un mistero. Di cui tu non sai nulla. Ed è per questo che devi imparare l’indulgenza. Ad ammorbidire lo sguardo. Aprire i pori. Anche davanti alle durezze o alle incongruenze. Abbassare le difese. Fidarti. Non importa come andrà. A me a volte è andata male. Ma con i pori aperti, la pelle splende comunque.

Giovanni (un nome che nella mia vita ricorre con una caparbietà impossibile da ignorare) era una delle persone più laiche che io abbia mai conosciuto. E una delle più rispettose delle differenze umane.

Qualche giorno fa una persona mi ha detto “pensavo a cosa mi piace di te. Mi piace il tuo non giudicarmi mai”. Lo devo a Giovanni.

Lui sapeva prendere a braccetto i tuoi occhi e condurli, con delicatezza, a scollinare caratteri e apparenze, per mostrarti sempre i colori con cui è dipinto l’interno dell’altro.
Perché non è solo esternamente che siamo tutti diversi. Dentro, ciascuno ha i suoi colori, i suoi materiali, i suoi spessori e i suoi crepacci.

L’interno non si vede e pensare che non esista a volte è una difesa. Però, quando qualcuno ti insegna a fare un passo oltre, a fare la fatica della salita per poi poter guardare giù, ti rendi conto che, salendo, un pochino ti sei indebolito. Ma dall’altra parte, hai trovato l’Enervit della vita.

Un altro Giovanni, il mio primo maestro, mi spiegava sempre che educare (dal latino ex-ducere) significa “tirare fuori”. Non mettere dentro. Non istruire. Non moralizzare. Non inculcare. Significa tirare fuori ciò che l’altro ha di più bello. Tutti noi dovremmo essere educatori nella vita altrui, soprattutto negli affetti. O, quantomeno, scegliere di avere attorno solo persone capaci di trovare il nostro talento, mostrarcelo e custodirlo con grande cura.
L’educatore è una levatrice che con amore porta i tuoi talenti sulla superficie increspata dalla distrazione e poi ti dice: guarda!
“Guarda che colori che ha dentro quella persona lì. E guarda che bella che sei tu quando li scorgi”.

 

 

quelli che ti insegnano i colori

Commenti

  1. Bello!
    Ti abbraccio

  2. Mi hai fatto ricordare che un tempo mi riconoscevo, spesso, in cerca di un maestro. Mi hai fatto pensare che non cerco più un maestro. Ma non perché sono cresciuta. Perché la mia vita si è un po’ accartocciata e, in questo momento, scorge più le ombre dentro che la luce fuori. Cercare e – ancor di più- trovare un maestro è un regalo meraviglioso che la vita ci può fare. Il resto sta a noi.

  3. stupendo il post e anche tu buona domenica

  4. Sai come mi arrivano le tue parole?
    Come una” lullaby” , una ninnananna. Ho scritto la prima parola che mi è venuta in mente in inglese, perché rende meglio l’idea della traduzione in Italiano.
    Le Tue parole mi accarezzano, mi dondolano, mi avvolgono. Le sento dolci all’orecchio, morbide e penetranti allo stesso tempo.
    Tu hai, con me almeno, una corsia preferenziale.
    Se esiste una ghiandola che si attiva quando ti leggo, di sicuro porta il tuo nome.
    Ti sente da lontano.
    Detto questo – intro forse ripetitivo ma doveroso- Grazie a GIovanni ( e grazie a te)
    Perché ora so come mai ti ho confessato segreti che non ho detto a nessuno.
    So ora che (inconsciamente) sapevo che non mi avresti giudicata.
    Neanche sulla sintassi e l’ortografia !!!!:-p ( o forse su questo si !ahahahah)

  5. Carissima, in questi momenti solo posso dire: un forte abbraccio.
    Di questo post faccio mia questa frase: “Un altro Giovanni, il mio primo maestro, mi spiegava sempre che educare (dal latino ex-ducere) significa “tirare fuori”. Non mettere dentro. Non istruire. Non moralizzare. Non inculcare.” Maestri così, sono quelli che ci entrano nel cuore, nelle fibre: sarebbe meraviglioso che tutti i maestri pensassero in questo modo.
    Un caro ricordo.

    • Francesca dice:

      Già, pensavo proprio la stessa cosa. Sarebbe bello se ognuno di noi almeno una volta nella vita potesse incontrare un mastro, educatore prima di tutto! uno che ci guidasse a trovare il nostro talento e a non perdere il senso di quello che siamo.
      Io durante il mio cammino di maestri così non ne ho trovati, ma leggendo le tue parole mi sono ugualmente commossa. Grazie di cuore…

  6. Lessi la frase che hai incorniciato qualche tempo fa du facebook e mi colpi’ molto. Io è così che mi sento, perennemente in lotta e incompresa e sola. E francamente anche un po’ stanchina.
    Mi dispiace per Giovanni! Un grande uomo da come lo descrivi.
    :°°

  7. Tu
    Sei
    Meravigliosa

  8. Che bel post, Silvia, davvero! Che bella eredità ti ha lasciato Giovanni, vale più di mille tesori!

  9. Mi spiace per la tua perdita ma allo stesso tempo leggere il tuo post mi riempie i polmoni di quell’aria pulita che è sempre più difficile respirare.
    Persone così sono davvero rare e, quando hai la fortuna di incontrarle sul tuo cammino, tutto assume una luce diversa.

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