La mia rivoluzione digitale? I contenuti

rivoluzione digitale
Io scrivo.
Né per caso, né per necessità, per citare Jacques Monod. Io scrivo per passione. Da sempre. E sono ben contenta di essere riuscita a trasformare una passione in professione. Non sono stata solo fortunata, ci ho messo tanto del mio per arrivare a fare quel che mi piaceva. Ci ho messo gli studi, le unghie, i denti. Ci ho messo in mezzo lavori che non mi piacevano, ci ho messo la pazienza di aspettare che scorressero certe acque e la forza di non disperarmi quando al rientro dalle maternità il mio lavoro non c’era più. Ci ho messo il coraggio di saper distinguere e allontanare persone, indipendentemente dai ruoli  e ci ho messo la calma analitica necessaria a riconoscere le persone di cui potermi fidare. Su alcune ho sbagliato. Ci ho messo la determinazione di continuare a credere in me stessa anche quando ero sbagliata per tutti, perché mi sono sposata “giovane” (ma quando mai?), ho fatto figli troppo presto (30 anni), perché li ho fatti appena assunta (2 anni dopo), perché ho chiesto il part-time e altri diecimila perché.
In tutto questo ho continuato a scrivere. Se non potevo farlo per professione, lo facevo per me.
È nato il blog.
Mentre facevano riunioni senza di me, io studiavo. E così, anche grazie a qualche corrispondenza umana, ho potuto fare il grande passo in azienda: no, non fare carriera, ma innovare. Ho portato una professione, quella legata alle digital strategies, che nella realtà in cui lavoro, non esisteva ancora.

Fare qualcosa che si ama  è per me lo spartiacque, professionale e non, tra il lamento e l’entusiasmo. Tra l’incacrenimento e la passione. Tra lo sproloquio e il silenzio operoso. Nonostante ormai la metà delle parole che scrivo siano scritte per il web, se mi si chiede che lavoro faccio, io rispondo che scrivo.
Scrivo per una rivista, scrivo libri (che non pubblico), scrivo per il web, scrivo documenti istituzionali, scrivo tweet, post per il blog, articoli di divulgazione scientifica, scrivo per me, scrivo biglietti ai miei figli che appiccico allo specchio.
Tutto questo per dire cosa? Che per il valore che la scrittura ricopre nella mia vita non posso prescindere dai contenuti (l’ho spiegato bene in quest’intervista per Amplr) e che sono stufa della presunzione con cui ci si approccia alle professioni del web credendole così tanto alla portata di tutti e disgiunte da studio e capacità da potersi permettere di pensarle “terra propria”, dopo aver letto quattro libri e frequentato tre seminari.
Che tanto usare i social e stare online sai che difficoltà? Il che potrebbe anche essere vero. Se si prescinde dai contenuti. Che siano 140 caratteri di sagacia o 3.000 battute di fisica quantistica, poco cambia. Servono (ancora) quelli.
Internet non è un mondo altro, internet è, come dico da anni, una dimensione antropologica perpendicolare e parallela alla nostra vita offline.
La piazza, il parco, il supermercato, il lavoro, il web. Non c’è popolo della rete. Ci siamo noi, che siamo qui e anche dal fruttivendolo. E siamo sempre noi.

Alla fine in cosa consiste la (nostra) rivoluzione digitale se non nel fatto che la tecnologia è diventata un ambiente socio-antropologico da abitare (e costruire) come abitiamo la scuola, il lavoro e la palestra dei nostri figli? Possiamo dunque prescindere dai contenuti e permettere che altri, con imbarazzante inconsapevolezza, pensino che lo si possa fare? Io credo di no.

E la rivoluzione digitale dei nostri figli? C’è chi ancora parla di “web 2.0” ma…siamo già alla connessione dei saperi! Il 2.0 per loro non è né evoluzione né rivoluzione, semplicemente è il web. La loro rivoluzione è quella dell’internet delle cose. Le mie scarpe da running parlano con il mio orologio, lo smartphone dialoga con l’impianto di riscaldamento e…con un’app si fa il caffè. Questo è il cambiamento sofisticato che vivranno i nostri bambini, ma siamo noi i custodi della storia di tutto questo. Una storia che dovremo raccontare, perché non possiamo permettere che gli oggetti acquistino più consapevolezza di quanta ne abbiano i nostri figli.

Mi sento di parlare di contenuti, oggi, proprio pensando a loro. Marc Prensky nel 2001 ha definito “nativi digitali” i nati (in USA) dal 1985 in poi, ma è una definizione, per come la vedo io, ad alto rischio di deresponsabilizzazione educativa.  Banalizzando (che post lungo è uscito!), io sono nata che le automobili già esistevano. Ma non sapevo guidare fino a quando non mi hanno insegnato a farlo. Se io fossi nata con la patente, nessuno me l’avrebbe insegnato.
La consapevolezza va trasmessa. In loro vorrei passasse il concetto che il web non è fluidità, non è “altro”, non è un astratto liquido, dunque instabile. Al contrario, è parte ormai sociale delle giornate di tutti e, dunque, va vissuto senza rinunciare alla responsabilità delle relazioni e dei contenuti che si producono.
Riuscire a spiegare questo sarà per me vaccinarli contro la dissociazione che viviamo noi “migranti digitali”. Quella per cui leggi su twitter la bio di un tuo collega e non lo riconosci. Quella che scoperchia i narcisismi e trasforma le relazioni online in una frenetica attività di lead generation di consensi.
Ed è per questo che ancora i miei figli non usano né computer né smartphone. Sono “nativi” (?), ma c’è un semino educativo da piantare prima di consegnargli qualsiasi strumento. Ed è questo.

Non si “sta” su Facebook, così come non si “sta” su un banco. Non si scrive uno status, un tweet, un post, si scrive un contenuto (“sotto forma di”).  Non ci si connette, ci si relaziona.

Commenti

  1. Questo è verissimo.
    Chi non sogna, non può regalare sogni.

  2. lux in fabula dice:

    la vita è offline!!!!!!

  3. valentina dice:

    Si,complimenti un post con le palle che dice quello che pensa in maniera non banale.
    La tecnologia ci semplifica e ci semplificherà la vita sempre di più con i suoi pregi e difetti, sta poi a noi usarla con intelligenza e non con superficialità

  4. Brava Silvia , la parola chiave e responsabilità , consapevolezza prima di immergerci nel mondo digitale e non, essere presenti , con una buona dose di criticità che ci consente di non fare i pecoroni , o di millantarci di poter con superficialita controllare il tutto; io sto provando a scrivere x i bimbi , xche ci credo xche ne hanno bisogno di ascoltare e sentire che noi adulti pensiamo a loro, sognare x regalare sogni , pensare x rendere la loro mente libera .grazie

  5. Una riflessione attenta da profonda conoscitrice della rete (ma non solo).
    Hai ricevuto il mio messaggio su Linkedin? I need you!

  6. mi piace leggerti.

  7. Decisamente un posto diverso dagli altri che legge un angolo non ben visibile da chi del Web ne ha fatto una professione strategica. Un pezzo da far leggere in classe agli educatori e a casa ai genitori. Un pezzo che parla di chi crea online da anni relazioni. Grazie!

  8. Niente da fare, sei sempre la mia preferita.
    Questo post sposa perfettamente pensieri e ritrovamenti del mio weekend, non ho potuto non linkarti 🙂

  9. Post capolavoro. Tra l’altro oggi pensavo che sei una delle poche che non parla mai del suo lavoro. Ci sono blogger (e non) che parlando di lavoro si sono fatte conoscere. Tu mai. E com’è bello sentire da dove vieni e che strade hai percorso!
    Grazie per questo post perché oltre a educarci, ci permette di capirti! E ci piaci.
    Sai, io sul lavoro ho un debole. Ho sempre sbagliato misura…

    • Simona, che bello questo commento. Ti ringrazio tanto.
      Parlo poco di me professionalmente perchè, al di là delel aperture digitali che ha avuto la mia professione in questi ultimi anni, io essenzialmente scrivo. La stessa cosa che faccio qui. Quindi non c’è bisogno che ne parli. 😉

      Grazie.

  10. Quando ci si mette la passione le parole acquistano una dimensione speciale, umana, vivida. E il grande tentativo è di rimanere coerenti tra dire e fare, quello che si è e quello che si fa, come lo si fa.

    Leggerti è sempre un grande stimolo e un immenso piacere…e che io vorrei leggere un libro scritto da te lo sai già! 🙂

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