Unicità: io farò quello che potrò essere

Unicità: io farò quello che potrò essere

di Cecilia Mazzeo

 

 

Unicità

 

Essere unici significa ascoltare le aspirazioni profonde del nostro cuore e dargli spazio, respiro nella vita di tutti i giorni. Sempre. (Stephen Littleword)

Molti anni fa ho conosciuto una bambina pallida, dai capelli di paglia e con fiumiciattoli verdi negli occhi. Un giorno quella bambina mi prese la mano e mi raccontò una cosa che le stava molto a cuore.

Era al mare, nella casetta di famiglia. La mamma lavava i piatti e lei ingannava il solleone e l’ora del dopo pranzo che suggerisce riposo con fogli da disegno e matite colorate. Era molto brava quella bambina. Disegnava piccoli capolavori, ci metteva l’anima su quei fogli. Passione e cura. Il papà le gironzolava intorno a braccia conserte, buttava lo sguardo sui fogli e diceva: “Ilaria sei proprio brava, sai? Potresti fare la stilista, o la pittrice, o la scultrice o o o…”

La bambina dai capelli di paglia non rispondeva. Teneva i pensieri appiccicati al foglio e sbuffava nascostamente. Ma all’improvviso, stanca di quelle insistenze e di quelle ipotesi di gloria, alzò la testa e disse: “Insomma papà, basta! Io farò quello che potrò essere, capito? Perché non ti godi questo disegno e basta? Perché parti sempre per viaggi lontani?”.

La bambina mi ha confidato che le sarebbe bastato un abbraccio, che magari sarebbe stato bello se il papà si fosse seduto al suo fianco e avesse scarabocchiato con lei, seppur privo di talento artistico. Insieme nel “qui ed ora” senza per forza voler delineare i contorni di medaglie future, di prestigi e riconoscimenti sociali.

La bambina dai capelli di paglia è cresciuta così, con quella frase tatuata sul cuore e alla ricerca della verità, la propria: “io farò quello che potrò essere.”

 

Consapevolezza. Umiltà. Verità. So-stare con me e con te.

 

Giorni fa ho rivisto quella bambina, ora è una donna come me. Abbiamo chiacchierato un po’ , ci siamo aggiornate sulla vita, sulle mutazioni che comporta, sui bruchi che diventano farfalle.  A un certo punto le si sono incrinati gli occhi, biglie di vetro che si spaccano in un punto, la diga crolla e l’acqua urla la sua verità.

Mi ha detto: “sai, giorni fa ho fatto una cosa. Ho contattato un vecchio collega di mio padre, come un cane segugio ho scavato la terra per cercare tartufi. Avevo bisogno di aggiungere pezzi al mio puzzle, a quello che so. La sua morte precoce ha lasciato conti in sospeso, volevo capire, dovevo capire”.

“E quindi?” ho domandato.

“Quindi era meglio se non lo facevo. In fondo sapevo già tutto. Mi ha detto che mio padre era un genio nel suo lavoro. Una genialità rara e incompresa. Un cervello pazzesco. Ma quando gli ho domandato se sapesse qualcosa di più intimo ed emotivo…mi ha detto che gli aveva confidato che era scontento di noi, di me e di mio fratello. Che non eravamo abbastanza bravi a scuola. Credo che in quel momento mi si sia fermato il cuore, ho preso fiato e gli ho detto che non era vero. Che a scuola ero bravissima, ma che a lui non bastava mai. Che avevo la media dell’8, ma lui non voleva i suoi figli, lui voleva la realizzazione di una sua malata proiezione. Che a lui la media dell’8 non bastava, lui voleva l’eccellenza. Che lui non valutava mai la bellezza del mio cuore, la mia unicità, ma voleva che il mio cuore compisse il suo quadro, non il mio. Voleva gloria, lustro al suo nome, non sua figlia.”

Poi dopo essersi asciugata qualche lacrima rimbalzata sulla maglietta, mi ha raccontato un’altra cosa che però riguardava sua figlia, la sua amata bambina.

 

Bambina. Donna. Donna. Bambina. Una dentro l’altra. Matrioske d’amore. Per sempre.

 

“Sai, a scuola da mia figlia hanno appena finito un laboratorio con uno scrittore. Lui sa che scrivo anche io e sapeva qual era mia figlia. Ecco, per me ha fatto uno scivolone imperdonabile. È caduto nella malsana ansia da prestazione, è caduto nella dinamica anomala del sua madre è una collega, devo fare bella figura, questa bambina deve darmi risultati evidenti.

“Non sto capendo” ho risposto.

“Ti spiego: Matilde alzava poco la mano per la costruzione della storia. C’era qualcosa che non l’attraeva. Qualcosa l’aveva bloccata! Tipo quella frase che suona un po’ come una minaccia: io so chi è tua madre! So che è una scrittrice! E poi quella specie di sgridata che sottende un ricatto emotivo –pensa come si sentirebbe tua madre se sapesse che non interviene mai! È un errore enorme, capisci? Far cadere l’alone dei genitori sui figli, chiedere che siano dei fac-simile, cadere nell’equazione terribile e antipedagogica del “se sei sua figlia, devi saper fare anche tu.” No, no e poi no.

Matilde mi ha raccontato tutto con una punta di amarezza sulla lingua, una delusione granulosa che cartavetra la gola e il sorriso. Mi ha detto che avrebbe voluto rispondergli –sai, non è detto che ai figli debbano per forza piacere le stesse cose che piacciono ai genitori!

“Matilde ti somiglia. Porta la verità…  Ma sei diventata una scrittrice e non ne sapevo nulla?”

“Dicono che una volta che si ha un solo codice ISBN si diventa scrittori. Io comunque mi sento ogni giorno quella che sceglie cosa potrà essere. Mi sento io, soltanto Ilaria.”

 

Ps: Non importa se la bambina dai capelli di paglia si chiama davvero Ilaria e se sua figlia si chiama davvero Matilde. Non importa se sono nomi di fantasia che saltellano dentro a storie vere. Ma importa sapere che ciascuno di noi è UNICO, che ciascuno di noi ha un valore prezioso che non si deve nutrire di luce riflessa. Che i genitori, gli insegnanti o chiunque abbia a che fare coi bambini dovrebbero imparare ad abbracciare l’unicità di ogni singolo cuore e valorizzarlo in quanto tale.  Che le gare e in confronti uccidono l’autostima, imbavagliano la gioia della nostra vera voce, il senso sacro dell’esistenza e del nostro nome.

 

A Ilaria vorrei dire: amati anche se lui non ha saputo amarti.

Al padre di Ilaria vorrei dire: ai bambini non servono genitori geniali, ma solo tanto amore. Braccia che ti abbracciano e ti contengono e ti amano per ciò che sei. Si chiama: amore incondizionato.

A Matilde vorrei dire: BRAVA. Continua così! Tu sai molto più di certi adulti.

Allo scrittore vorrei dire: saper scrivere non basta per insegnare ai bambini. Occorre prima “sapere” il loro cuore, conoscere la loro lingua. Non l’esattezza delle parole. È l’adulto che deve essere conforme al loro mondo e non viceversa. Matilde è Matilde, non è Ilaria.

All’amica di Ilaria vorrei dire: sapevi già tutto, da sempre. Non fare la furba!

 

Mi guardo allo specchio. Ho 37 anni. Capelli di paglia. Occhi verdi. Una figlia che disegna meraviglie nella stanza accanto e una certezza nel cuore:

io farò quello che potrò (e che vorrò) essere.

 

Le cose che ho imparato nella vita.
Dite: è faticoso frequentare bambini.
Avete ragione.

Poi aggiungete: bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli.
Ora avete torto.

Non è questo che più stanca.
Èpiuttosto il fatto di essere obbligati ad innalzarsi
fino all’altezza dei loro sentimenti.
Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi.
Per non ferirli.

 (Janusz Korczac)

Hai una storia da “gridare”?  Scritto da te aspetta le tue parole.

Commenti

  1. chiarac dice:

    Emozioni che scivolano dentro l’anima… Grazie.

  2. Francesca dice:

    Leggerti è qualcosa di prezioso. Grazie!

  3. Una poesia…..parole su cui riflettere.

  4. Senza parole. Grazie.

  5. Meraviglioso, come sempre.

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