“E’ mio!”: i bambini e il senso del possesso

bambino possesso giochiDomanda

Gent.le dott.ssa Agnone,
le scrivo in merito alla mia bimba di 2 anni e 7 mesi. 

Da qualche tempo, qualunque oggetto veda o prenda in mano, dice sempre “è mio!!!” e non lo cede a nessuno, a meno che venga attratta da un’altra cosa. 

Aggiungo che non frequenta il nido, ma a settembre andrà all’asilo. Ciò è un fatto nuovo, che prima non ha mai fatto. Mi chiedo: è legato alla fase di crescita e sviluppo che sta vivendo (terrible twos) o alla nascita del fratellino che avverrà in maggio e di cui lei è a conoscenza? 

In ogni caso, c’è qualcosa che posso fare per farle capire che non tutto è suo e che gli oggetti possono anche essere condivisi? 

Può anche darmi qualche consiglio perché l’arrivo del bebè sia il più possibile accettato da lei e non sentito come una “detronizzazione”? Come posso coinvolgerla?

Grazie per l’attenzione.

 

 Risposta

Carissima mamma,

quella che descrivi è una tappa comune nello sviluppo di ogni bambino. Come sempre, ognuno può manifestarla con più o meno intensità, ma tutti i bambini attraversano quel momento in cui sono fermamente convinti che tutto ciò che li circonda appartiene a loro.

Questa tappa comincia in genere dopo il primo anno di età, e si divide in due momenti: il primo in cui il bambino dà per scontato che tutto ciò che vuole gli appartiene, il secondo in cui invece sente la necessità di affermare il suo “possesso”.

Qual è la differenza?

Nel primo caso, una tappa cognitiva non ancora raggiunta fa sì che il bambino viva il senso di onnipotenza che non gli consente di distinguere tra sé e non-sé.

Nel secondo caso, compreso che esiste un altro-da-sé, il bambino comincia a rivendicare il proprio bisogno di onnipotenza (indispensabile per la costruizione di un senso di fiducia in se stesso).

Ho scritto “bisogno”: perché in questo periodo l’onnipotenza non è un problema, se non per gli adulti che interpretano il suo comportamento come protagonismo (in senso negativo) e aggressività.

Ovviamente, non è niente di tutto questo: la crescita fisica, linguistica, intellettiva, fanno sì che il bambino esprima questa cosa che prima era solo percepita, al pari di quando si sentiva un tutt’uno con il seno della mamma.

Comprendere che non tutto ciò che lo circonda è un’estensione di sé è un processo lungo e graduale, ed il bambino deve raggiungere una certa maturità per sentire che ci sono cose e persone che non gli appartengono. In questo suo bisogno necessita dell’aiuto degli adulti.

Un bisogno (come può essere quello di dire “è mio”), del resto, compare solo nel momento in cui è più necessario, ovvero quando nell’Ambiente c’è la possibilità che si formi la risposta che diventa una possibilità di crescita.

Questo per dirti che non serve pre-occuparsi per un comportamento se siamo in grado di leggerlo come una tappa dello sviluppo che sempre ha alla sua base il bisogno di essere pienamente nella relazione con l’Altro.

Come scrive G. Salonia “il bambino impara prima il noi, quindi il tu, poi l’ io-mi-posso-prendere-cura-di-me, e infine l’Io sono.”

L’acquisizione del senso di sé e del proprio corpo è successiva a quella del corpo dell’Altro.

“È mio!”: imparare a “masticare”, quindi ad “aggredire” il mondo in modo sano e costruttivo, è un percorso che accompagna la crescita e che è estremamente vitale. Attraverso queste azioni il bambino assimila ciò che gli serve e allontana ciò che non è buono per lui.

Sentire la propria forza, la propria energia, è molto importante nel tempo della distinzione tra Io e Tu, tra Me e un ambiente esterno capace di contenere questa forza e rispondere coerentemente, o, al contrario, in modo non appropriato e sano.

La risposta più normale a questo comportamento è la coerenza: è ovvio che non tutto ciò che lo circonda può essere di proprietà del bambino, e solo questo messaggio chiaro, sereno e non colpevolizzante o aggressivo può portarlo alla comprensione di questo significato.

La seconda possibilità è il nostro esempio: se non siamo capaci di essere i primi a condividere, non saremo un buon modello per i nostri figli.

Tieni presente che in queste piccole interazioni i bambini apprendono anche un modello di “interazione”  che include anche il chiedere “per favore” e ringraziare per quel che si riceve (banale, forse, ma oggi non così ovvio).

Non c’è un lavoro particolare da fare, dunque, se non quello della spiegazione (“non tutto quello con cui giochi è tuo, ma è anche degli altri bambini”),  che è poi quel che facciamo costantemente, continuamente, quotidianamente con i nostri figli: gli spieghiamo e insegnamo il mondo, la vita.

Un atteggiamento fermo, paziente e non ostile (che ci trovi pronti ad aspettarci di non essere subito ascoltati senza restarne delusi), sarà il modo più semplice di mostrare al bambino il senso della condivisione e il piacere della collaborazione, sempre tenendo presente che questi sono traguardi che si raggiungono pienamente dopo i 4 anni.

È vero che questi comportamenti peggiorano con l’arrivo di un fratellino, e questo costituirebbe anche una reazione normale, in questo caso più che comprensibile, ma mi sembra prematuro per poter pensare ad una spiegazione simile.

Non ho consigli particolari da darti per l’arrivo del fratellino, se non quello di sentire tu in prima persona che l’amore che darai al nascituro non priva la tua bambina di quel che ha già: all’inizio sarà più difficile, ma sono certa troverai il modo di rassicurarla sul fatto che il tuo amore per lei sarà immutato, anche se cambieranno alcune abitudini quotidiane.

Cerca di essere presente al suo inserimento a scuola, perché il senso di abbandono non caratterizzi questo momento facendola sentire ancor più “esclusa” dalla relazione con te.

Coinvolgerla, è la parola giusta: cerca di farla sentire presente ai piccoli momenti di ogni giorno che riguardano anche la cura del fratellino, e non dimenticare di trovare dei momenti “speciali”, sia fra te e lei che fra lei e il suo papà, perché possa sentirsi ancora vista e considerata.

Il tempo, e la magia della relazione, faranno il resto.

I figli, del resto, si fanno con amore, e se crescono nell’amore e nel riconoscimento non potranno che nutrirsene.

Marcella Agnone – Psicologa Psicoterapeuta

Commenti

  1. Valeria dice:

    Ecco io sono nella situazione di avere la bimba “grande” di 2 anni e mezzo che dice sempre “è mio” e strappa i giochi dalle mani degli altri bimbi e della sorella di 8 mesi.
    Passa la giornata anche a dire NO a tutto, che siano proposte di attività o compiti da eseguire come “metti a posto i tuoi giochi per favore” io sono esasperata. So che quando è sola che me ha molti meno atteggiamenti del genere ma purtroppo per lei la sorellina c è e io non sempre ho tempo per passare dei momenti sola con lei. Qualche consiglio per favore?

  2. nadia dice:

    ciao mamme, io non so perché ma questa fase la vivo malissimo, il problema è che il mio bimbo di tre anni non si limita a urlare è “MIO”, ma diventa un vero e proprio despota, è arrivato addirittura a mordere il suo compagno del nido perché gli ha strappato di mano un gioco. In certi momenti è veramente esasperante. Eppure gli viene spiegato miliardi di volte quanto è bella la condivisione, il buon esempio da parte nostra è sempre presente. Mi chiedo se sia a sto punto un modo per attirare la nostra attenzione visto che siamo tanto fuori casa per via del lavoro. Grazie a tutte per qualsiasi consiglio riusciate a darci

  3. Io ho trovato una soluzione pratica per semplificarsi un po’ la vita almeno quando si è in spiaggia ed evitare di sentir strillare ogni momento “E’ mio, è mio”!!
    Leggete qui:
    http://www.4anniincinta.it/2013/07/16/essere-organizzati-aiuta-anche-in-spiaggia/

  4. anche la mia bambina (23 mesi) è in questa fase di affermazione.
    dice “è mio” anche per il lavandino o la vasca da bagno e si arrabbia se altri usano questi oggetti.
    la mia preoccupazione è legata al fatto che sono in attesa di un secondo figlio…
    come si insegna la condivisione? :blush:
    bimammia.blogspot.com
    alice

Trackbacks

  1. […] Forse è poco educativo, ma questa sua fase “belligerante” mi diverte invece di irritarmi. Soprattutto perché spesso Nina marca il territorio e poi si scioglie, cerca un contatto, una relazione. E, a suo modo, si affeziona ai bambini: ai compagni dell’asilo, che spesso nomina, ma anche agli altri nemici/amici che la incrociano. E’ una “ruvida” dal cuore tenero e credo di sapere da chi ha preso. E poi è tutto nella norma. I quasiduenni sono spesso preda di un delirio di onnipotenza fisiologico e transitorio. Da Mammaimperfetta: […]

  2. Io può | Speakabu ha detto:

    […] Forse è poco educativo, ma questa sua fase “belligerante” mi diverte invece di irritarmi. Soprattutto perché spesso Nina marca il territorio e poi si scioglie, cerca un contatto, una relazione. E, a suo modo, si affeziona ai bambini: ai compagni dell’asilo, che spesso nomina, ma anche agli altri nemici/amici che la incrociano. E’ una “ruvida” dal cuore tenero e credo di sapere da chi ha preso. E poi è tutto nella norma. I quasiduenni sono spesso preda di un delirio di onnipotenza fisiologico e transitorio. Da Mammaimperfetta: […]

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