La nascita di Niccolò – 26 giugno 2006




Comincio da qui, da un’induzione annunciata.
Lunedì mattina, portiamo Matteo al nido e andiamo in ospedale a cuor leggero,
decisi a rimandare l’induzione, dal momento che il torace mi fa un po’ meno male.

Tracciato, visita e verdetto:
“Ci vediamo alle 12.30” .
“Anche se non mi fa più male?” .
“Direi di si”.

Sono le 10.30 e passo le 2 ore più angoscianti della mia vita. Ho la sensazione di andare a stuzzicare qualcosa che in realtà ha ancora bisogno di essere lasciata stare. Ma mi fido della mia dottoressa.
Se ha deciso così, così sarà.

Alle 12.30 rientriamo e mi accompagnano subito in stanza.
“Mettiti la camicia e vieni in sala travaglio che è tutto pronto” .
Io tremo.
Mi cambio e quando esco dal bagno entra l’ostetrica del corso preparto di 2 anni fa.
Una persona tecnicamente preparata ma brusca, burbera e soprattutto logorroica.
Speriamo stia smontando.
“Ciao, Silvia! Hai partorito?”.
“No, veramente mi devono indurre” .
“Ah, hai una pancina tutta da fighina che pensavo avessi già sfornato!”.

Non sta smontando e sicuramente, data l’esperienza, me l’appioppano.

Davanti alla porta delle sale parto sento urla assurde.
Come l’altra volta, mi terrorizzano.
Mi spaventa la violenza incontenibile a tal punto.
Forse perchè io sono diversa o forse perché anche io vorrei urlare.

Sono le 13.15.
Entro nel corridoio delle sale travaglio e la gine mi accompagna in stanza.
Mi fa sdraiare e mi applica sul collo dell’utero il Propess, la fettuccia di prostaglandine.
“Ecco, ora lentamente comincerai a sentire un po’ di contrazioni. Io vado di là, per qualsiasi cosa fammi uno squillo”.
Vorrei essere sola con Simone e invece la chiacchierona non ci lascia.
Mi attaccano al monitor. Dopo un’oretta comincio a sentire qualcosa.
Arriva mia madre.
La faccio stare, mi dico, tanto c’è tempo.
Chiacchieriamo un po’, tra un via vai continuo di gente che entra ed esce.
Mio padre è talmente agitato che lo mettono a lavorare. Come per la nascita di Matteo.

Nel frattempo rifletto sul fatto che avevo 4 cm prima della stimolazione e che ora sono abbastanza dolorose per cui forse è ora di chiamare l’anestesista. Lo faccio presente.
Vorrei fare il travaglio in piedi come con Matteo ma non riesco. Non riesco a camminare.
Ho i reni dolenti e in mezzo alle gambe sento un peso esagerato.
L’ostetrica mi mette sul pallone e mi fa saltellare, effettivamente sto un po’ meglio.
Le contrazioni si intensificano. Chiamo l’ostetrica e dico di attaccarmi di nuovo al monitor, per vedere la regolarità. Mi risponde: “Se vuoi ti attacco, ma io il mio lavoro lo so fare sai?”.
Sono basita.

Sento la dottoressa nel corridoio. Sta telefonando all’anestesista.
Mi abbandono al dolore, sapendo che da lì a poco finirà.
Vorrei che mi visitassero per sapere a che punto siamo.

Sono le 16.
Entra l’anestesista. Ora le contrazioni sono fortissime e, differentemente dal parto di Matteo, sono ogni 10 secondi. Praticamente continue. Mi sento rotta in due parti.
L’anestesista mi fa spogliare. Mi sgancia il reggiseno con una battuta che riesce a farmi ridere:
“Se la memoria non mi inganna, si dovrebbe fare così…”.
Tutti ridono, in quel momento alzo un attimo lo sguardo (ero seduta sul letto con le gambe incrociate e la schiena curva) e mi accorgo che ci sono tante, troppe, persone.

Mi fora la schiena:
“Brava, non sembri nemmeno la figlia di un medico”.
“La Silvia è una tosta” ribatte la dottoressa.
“Mica tanto, visto che si fa fare l’epidurale” incalza l’ostetrica.
Penso che Simone, che mi conosce, stia temendo una reazione.
Non rispondo solo perché una contrazione mi toglie il fiato.
Dopo l’applicazione del catetere alla schiena mi mette una dose test minima e se ne va.
Ma io non voglio la dose test, sto morendo!

“Ora ti visito” dice l’ostetrica. “Collo scomparso, pervio ampiamente a due dita. C’è tempo”.
“Benissimo, situazione come stamattina, dopo tanto dolore” penso.
La gine mi sussurra:
“Adesso ti visito io. La conosco, sta sempre indietro con i tempi e poi non conosce te”.

Nel frattempo entra l’anestesista e mi inietta lidocaina e morfina.
“Ecco, tra 20 minuti scomparirà il dolore e sentirai solo la sensazione di spingere quando è ora”.
Deo gratias.

Mi rivisita la ginecologa, sento che spinge un po’ e all’improvviso un liquido caldo (quanto!) scende violentemente tra le gambe.
Alzo la testa e, nonostante le lenzuola siano verdi, mi pare tinto. Vedo mia madre che prende un fazzoletto bianco e lo appoggia sopra per vedere il colore.
“È tinto vero?”.
“No, assolutamente, è sporco di sangue, ma è normalissimo” rispondono in tre.
Ma io lo so che è tinto. Non mi agito, mi affido.

Sono le 17.00.
La dottoressa si siede ai piedi del letto e non si muoverà più.
Seria, ogni tanto mi sorride. Guarda il monitor e a ogni contrazione mi chiede:
“Sta facendo effetto l’anestesia? L’hai sentita un po’ meno?”.
“No niente, tutto come prima”.
Fatico anche a parlare ora. Affronto il dolore in silenzio, mi concentro sulla respirazione.
“Ci vuole un po’, almeno siamo sicuri che non ti ha bloccato le contrazioni!” dice scherzando.

Simone è lì, un po’ arretrato rispetto all’altra volta, perché mia madre è ancora dentro e si è piazzata davanti. Vorrei dirglielo. Poi penso che potrebbe essere la prima e l’ultima volta per lei e la lascio dov’è.

Simone esce, va a prendere la digitale.

Patrizia (ndr la ginecologa) è sempre lì. Sguardo vigile sul battito. Mi sorride silenziosa.
E a ogni suo sorriso mi viene da piangere.
“Non mi muovo perché io ti conosco”.

Credo anche che non mi voglia lasciare con quelle che Freud chiamerebbe presenze “perturbanti” (più tardi mi diranno che si è messa di turno continuato per 24 ore per non lasciarmi sola).
Nel frattempo sento un peso pazzesco là sotto.
Ma penso che sia solo una sensazione perché mezz’ora prima avevo 3 cm.
“Hai voglia di spingere?”.
“No” nego a me stessa.
Tempo due minuti, faccio appena in tempo a spostare il bacino e una spinta incontenibile mi strappa alla mia reticenza.
“Chiamate l’ostetrica!” urla la dottoressa.

Devono preparare tutto! Arrivano in 4, smontano la parte finale del letto, montano le staffe.
Io non ce la faccio, devo spingere. Sento Simone che dice: “Ma si vede la testa!?”.
Non ci credo! Di già? Questa sua esclamazione mi dà un forza pazzesca.

Finalmente il letto è pronto. Che bello avere il desiderio di spingere!! Con Matteo era stata una forzatura.
“Alla prossima contrazione, spingi, ma piano” dice l’ostetrica “e respira bene”. In questa fase espulsiva l’ostetrica è brava, guida con sapienza e senza diventare ansiogena. Ecco, la sento arrivare, aspetto il picco e, sempre silenziosamente, spingo.
Sento le mani dell’ostetrica, ricordo quelle pesanti dell’altro parto. Non le voglio.
“Mi fai male” le dico sommessamente
“Non ti faccio male, ecco, è uscita la testa!”.
Già mi sento bene perché so che tra poco sarà tutto finito.

Aspetto un’altra contrazione e in un attimo, in un sublime attimo, il corpo sguscia fuori.
È viola.

Mi accarezzano.
“È bellissimo” mi dice la dottoressa.
“È sano?”.
“Avevi dubbi?” risponde sorridendo. Mi bacia.

Tempo 10 secondi e lo sento piangere. Che meraviglia quel grido alla vita!

Non me lo appoggiano subito come fecero con Matteo. Vedo che armeggiano e penso: ma non possono pulirlo dopo?
Saprò più tardi che aveva un giro di cordone e lo stavano liberando.
A Simone taglia il cordone ombelicale.
Lo guardo. Ha pianto.

Finalmente me lo appoggiano e, come allora, si calma e il pianto disperato diviene mugugno sommesso, poi pigolio, poi pace.

Mi scende una lacrima, una sola, ma violenta come la vita.

Me lo prendono per lavarlo. Si scommette sul peso.
Chi dice 3.100, chi “esagera” e dice 3.450.
“Sbagliato” dice la puericultrice “pesa 3.560!”.
Silenzio. Mi guardano, ci guardiamo. Increduli.

Come fu per Matteo, Simone esce dall’isola neonatale e mi porge Niccolò.
Lo guardo. Non mi pare bello, ma dissi lo stesso anche quando vidi Matteo.

Entra mio padre. Mi accarezza, visibilmente orgoglioso.

Vorrei rimanere sola ora, con Simone e il nuovo arrivato.
Ma c’è confusione.
Comincia a entrare tutta l’equipe di turno per i complimenti.
Qualcuno mi dice che in anni di lavoro non ha mai visto una lucidità simile,
qualcun altro fa altri commenti.

Patrizia mi dà un altro bacio e se ne va.
Io non posso non stoccare l’ostetrica:
“Vedi? Sono tosta anche senza epidurale”.
“Adesso te lo posso proprio dire. È vero. Proprio brava”.
(Tiè!)

Da qui tutto sfuma. La lucidità non c’è più.
Ci sono le emozioni violente, graffianti, pure, uniche.
Come la vita al suo primo e ultimo atto definitivo,
come il viaggio che termina (e già sento una straziante malinconia),
ma che, al contempo, ha inizio.

Benvenuto piccolo. Benvenuto Niccolò.

Commenti

  1. Laura, grazie a te. E anche di cuore.
    Ho letto la tua mail. Era da un po’ che riflettevo su un post con questo tema.
    Te la pubblico nei prossimi giorni, csì ne parliamo insieme.
    Un abbraccio.

  2. Oggi ho ritrovato la lapis e il ‘foglio’ giusto dove scrivere! Mi sono imbattuta nel racconto del tuo 2 parto perchè ho visto la mia stessa data di nascita…Sai proprio scrivere, metti in luce le sensazioni profonde che vivi nonostante si intuisca il tuo autocontrollo. Mi è venuto il fiatone mentre leggevo pensa un pò! Mi sono immedesimata, sono tornata indietro di quasi un anno ripensando al mio parto e mi si è nuovamente accesa la lanternina sul ruolo meraviglioso dell’ostetrica. Forse avrei dovuto fare quello anzichè l’infermiera, essere custode e guardiana della nascita della vita è un dono speciale. Non cambia mai perchè quel momento si ripete con la stessa forza da chissà quanto tempo…la cosa più sacra che esiste! C’ è qualcosa di ‘grande’ in quel lavoro,qualcosa di molto forte che mi ha sempre attirato. Sempre leggendo le tue righe, ho avuto tra l’altro, per la prima volta,la sensazione stranissima e mai contemplata del secondo figlio;a volte penso che ci si imbatte in alcune persone nella vita non per caso. Quelle che ti fanno pensare nel bene e nel male a cosa ti suscitano, quelle che non ti lasciano mai indifferente…Noi del cancro siamo un pò particolarmente sensibili!!! La luna ci guida un pò forse!!..Credo non sia un caso che ieri ti abbia scritto 2 righe sul figlio unico di getto e anche un pò dure se vogliamo…oggi sono cascata su Niccolò,nato il 26 giugno,2 figlio di una persona che stimo e ringrazio x il sostegno virtuale…mi farò 2 riflessioni Ciao cara Silvia, buona giornata di cuore Laura

  3. Aahahhaha grazie!

  4. Scusa la domanda, ma come fai a essere gnocca anche subito dopo un parto?? Che fai, dormi in frigorifero?? 🙂

  5. roberta dice:

    …che emozione! sono passati già 8 mesi dalla nascita del mio piccolo \\\\

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